Come scomparire completamente

 

Non avendo una particolare esperienza in questo genere di cose, Marco si trastullò più del dovuto al bar sotto casa, sorseggiando lentamente un aperitivo alcolico nella speranza che gli infondesse coraggio. Si sentiva le mani stranamente gelide, come se la circolazione avesse rallentato il suo corso, ragion per cui continuava a sfregarle l’un l’altra come un prete sul pulpito durante la predica domenicale.

Il suo pubblico però era composto dall’umanità varia del bar; alcolizzati sessantenni, giovani dai capelli rasati e dalle scarpe con la zeppa e da un paio di massaie dedite al vino sfuso da due soldi.

Quando ebbe oltrepassato il limite che si era imposto di mezz’ora circa, Marco espirò profondamente e si avviò verso casa, stringendo e sfregando le mani, con uno strano senso di colite allo stomaco che lo attanagliava. Il pomeriggio era luminoso ma freddo e ventoso, sotto la media primaverile per la sua città. Camminando sul marciapiede, incassato nelle spalle, incontrava persone rotolanti, come sospinte dal vento nella sua direzione. Sembravano quei cespugli rotondi, composti di sterpi, che si trovano nei deserti americani. Lui aveva le sferzate contro il volto, con gli occhi che lacrimavano e i capelli schiacciati sulla fronte come se volessero staccarsi.

Di contro, gli altri parevano andare a vela, con la tipica posizione di chi offre resistenza al vento, lottando contro di esso.

Due ragazzi si dirigevano verso di lui, trascinati dalla corrente d’aria, ridendo e parlando ad alta voce, con le sciarpe della squadra del cuore di calcio annodate ordinatamente al collo, e Marco si sentì tentato di unirsi a loro, tutto avrebbe fatto pur di non affrontare le proprie responsabilità in quel momento.

Nell’androne del palazzo, vecchio e odoroso di muffa, si fermò a ritirare la posta dalla cassetta di ottone annerito. La serratura era inefficiente e bastava tirare lo sportellino per aprire la cassetta e ritirare la posta. Marco  smistò le buste dai volantini pubblicitari, gettandoli diligentemente nel cestino della carta straccia, non senza averle prima sbirciate con curiosità.

Delle due buste una conteneva un estratto conto bancario, l’altra era indirizzata ad Andrea.

La mise nella tasca della giacca di pelle, poi prese l’ascensore fermo al pianterreno, e con il consueto cigolio di corde e tiranti salì fino all’ultimo piano.

La sua casa era una mansarda ricavata da uno dei vecchi lavatoi del palazzo, quando nel dopoguerra, anno di costruzione dello stabile, la gente usava ancora lavare i panni nei lavatoi comuni e metterli ad asciugare sui grandi fili tesi in cima ai palazzi. Questo prima che ci fosse l’invasione delle antenne e delle parabole.

Salì a grandi passi la rampa di scale che portava alla sua porta, per abitudine più che per necessità, si scrollò dalle spalle l’ultima indecisione, poi infilò la chiave nella toppa ed aprì.

 

Il piccolo appartamento era buio e odorava di pulito. Marco si guardò intorno attento, muovendosi a scatti, come se aspettasse di trovare qualcosa  pronto per lui. Un orologio a cucù di Andrea ticchettava dalla libreria a destra. Non poteva vederlo, ma il fatto che fosse ancora lì lo turbava parecchio. Si tolse la giacca appendendola ai ganci dietro la porta di casa,  svuotò le tasche nella ciotola di argento e giada che Andrea aveva riportato dall’india, poi si incamminò verso  la camera da letto nascosta dal muro che girava tutto intorno al saloncino dal tetto spiovente.

Come ebbe voltato l’angolo, la luce proveniente dalla cucina gli fece stringere gli occhi.

Andrea era lì, in piedi di fronte al piccolo tavolo, affettando qualche verdura, con i capelli striati di biondo raccolti in una crocchia dietro la nuca, le spalle dritte e l’aria di chi non si sarebbe mai annoiata, qualunque cosa stesse facendo.

Gli dava le spalle, come se non si fosse accorta del suo arrivo, spostando il peso del corpo da una gamba all’altra, quasi seguendo il ritmo del coltello contro il tagliere di legno. Marco rifletté se fare un rumore, dare un colpo di tosse, farsi sentire, poi si rese conto che lei lo aveva sentito, lo stava aspettando.

— Ciao — disse con voce neutra, continuando ad affettare le cipolle e le carote, senza voltarsi. — ciao —rispose Marco, con la rabbia e la frustrazione che quella finta calma gli procurava dentro. Odiava quel finto offendersi, quel modo educato e tipicamente femminile di far intendere che la colpa di tutto fosse sua, e per questo lei andava aspettandosi delle scuse, un atto ufficiale di scuse.

— Beh, com’è andata oggi?, ci sono i peperoni e la carne, vanno bene?—  Marco strinse gli occhi, cercando di guardarla in volto, di capire se ci fossero per lo meno delle lacrime a rigare quella finta quiete, quel castello crollato da tempo. — — Andrea… — — ti ho solo detto quello che c’è, se non va bene cucino qualcos’altro — continuava a tagliare con metodo cipolla e carota, con il viso basso. Marco andò a sedersi in fondo alla cucina, sulla sedia di metallo foderata di blu. Da quella posizione poteva vedere il suo profilo, il naso morbido che puntava verso la fronte, e gli zigomi sporgenti e segnati coperti di efelidi, da straniera.

Scostò le verdure appena tagliate prendendone altre, con indosso il grembiule di cotone blu con su scritto “il più grande cuoco del mondo…dopo mia madre”, che aveva comperato al mercatino sotto casa.

Andrea nutriva una specie di superstizione nei confronti di quel grembiule. Secondo lei tutte le cose belle che erano accadute in quella casa, tutti i bei film, le partite di calcio vinte dalla squadra del cuore di Marco, i documentari della domenica pomeriggio, i cartoni animati di Mr. Magoo, fuori orario, tutte erano accadute quando lei indossava il grembiule.

In genere era Marco a chiamarla dal divano, — vieni, vieni — e lei quasi non riusciva a sentirlo per colpa dell’acqua scrosciante o del soffio della pentola a pressione, poi si precipitava poggiandosi alla spalliera del divano con le mani ancora umide, pensando di rimanere solo qualche istante, ma poi si trovava prima ad accarezzare i capelli neri di Marco, osservando le sue sopracciglia nere e folte e il naso forte e la pelle scura, e poi scivolava sul divano scomodo a due posti, conquistando un poco di spazio fino a creare una composizione laocoontica da cui era arduo distaccarsi.

Quando tornava in cucina i piatti erano asciutti e secchi di sapone e lei era costretta a lavarli di nuovo, ma non le importava un granché siccome i momenti più belli ed intimi in quel posto erano sempre stati per così dire imprevisti, mentre tutte le volte che avevano programmato qualcosa c’era stata di mezzo quell’aria di finto, di preparato che ad Andrea non piaceva affatto.

A Marco non piaceva invece quel grembiule, gli sembrava che fosse “provinciale”, non adatto ad una persona colta ed intelligente come Andrea. Non riusciva ad apprezzare il lato rilassato di lei, quel senso di non importanza eccessiva per alcune cose, per lo meno nell’intimità delle proprie abitudini.

Se Marco avesse dovuto scegliere un grembiule lo avrebbe preso completamente anonimo, un vero e proprio grembiule da lavoro, non un capo finto spiritoso, che invece dava proprio la sensazione del sempliciotto, del limitato.

Aveva quasi la sensazione che i loro ospiti, vedendolo indosso ad Andrea pensassero a lei come ad una stranierotta ingenua e semplice, non ad un architetto di talento che parlava cinque lingue e leggeva venti libri al mese.

In quel momento, a vederla in piedi con il suo grembiule a tagliare ortaggi, con lo sguardo fisso di fronte a sé, si sentì sfinito.

Avrebbe preferito vederla piangere, protestare, urlare o spaccare suppellettili, e in parte era quello che si aspettava da quando la sera precedente avevano, o meglio aveva discusso sull’opportunità ormai accertata di separarsi, di smettere di convivere.

Lei lo aveva ascoltato in silenzio, con la faccia segnata dal dolore, con l’espressione di un cucciolo tradito a cui si nega l’amore. Ma Marco conosceva bene quella faccia, quell’espressione, conosceva esattamente ogni piega di quel volto umile, con le ciocche di capelli biondi che cadevano sapientemente ad incorniciare le efelidi e i verdi occhi felini.

Era lo stesso volto che senza parlare lo convinceva esattamente a fare e dire quello che lei voleva, tutto semplicemente giocando su questo rapporto vittima-carnefice che gli aveva imposto fin dall’inizio. Invece non si sentiva affatto un carnefice, semmai lui era la vittima in questa storia, e se ne era andato accorgendo da tempo, ma tutte le volte che aveva provato a modificare, a forzare le regole del gioco si era trovato ancora costretto in quel ruolo che non gli piaceva e soprattutto non gli apparteneva.

Aveva urlato, aveva sbattuto, se ne era andato, e ogni volta aveva trovato la sua carnefice ad attenderlo con quell’espressione di profonda sofferenza – oppure di comprensione – che lo stava facendo letteralmente impazzire.

— Andrea …— l’aveva detto per evitare che potesse ricadere nell’ipnosi che il profilo della “vittima” stava provando a dargli.

— si — la finestra della cucina era chiusa malgrado ci fosse ancora luce. Tutta la casa era al buio, con le persiane sprangate.

— Andrea scusa, ma abbiamo parlato ieri sera ….—

— Si, e allora? —

— Come allora? Che cosa abbiamo deciso? —

Andrea aveva preso un tegame basso e ci stava versando le verdure triturate finemente. Sapeva cucinare piuttosto bene. Per un attimo Marco pensò che potesse scagliargli contro il coltello acuminato, e questo lo fece star meglio.

— che siamo un po’ stanchi e quindi dobbiamo essere più comprensivi l’un l’atro se ci sono dei momenti di rabbia o depressione —

— no! Affatto. Andrea noi abbiamo deciso di lasciarci, abbiamo deciso che non dobbiamo stare più insieme. Abbiamo deciso che è finita!! —

si sentiva furioso, aveva voglia di urlare per quella sensazione di impotenza che provava, aveva voglia di avere tutto registrato così da poterle dire che non era quello che aveva detto la sera precedente. Affatto.

Lei era zitta. Sembrava sul punto di scoppiare. Altre volte era sembrata esplodere, ma non era mai accaduto. Marco aveva pensato che succedesse, e forse negli ultimi tempi aveva forzato parecchio la situazione per verificare il suo punto di rottura, per quella sensazione di sadismo che spesso si trova tra gli innamorati nel vedere l’altro alle prese con una sofferenza da noi imposta. È moralmente riprovevole, ma dà molta soddisfazione.

Guardandola china in quel modo, con i capelli perfettamente fermati sulla nuca, e l’atteggiamento composto, ebbe un fremito di desiderio, il recondito pensiero per tutto ciò che lo aveva legato a lei, e che ora non doveva più condizionarlo.

Lo scacciò con un gesto della mano, incapace di dire qualunque cosa potesse avere un senso, in quel momento. Gli sembrava che nessun discorso potesse aggiungere qualcosa ora, si sentiva stremato, sapeva di non avere la forza di poter dire nulla in quel momento, ma sapeva anche che la questione andava risolta in quel frangente, altrimenti Andrea avrebbe sfruttato la situazione a proprio vantaggio, si sarebbe girata, dopo aver finito di cucinare, avrebbe preso un libro dalla camera da letto andandosi a sedere sul divano con il musetto imbronciato.

Il tempo sarebbe passato e nel silenzio lui avrebbe di nuovo perso il senso del tempo e della misura, trovandosi a sbattere quella porta e ad andarsene di corsa per le scale. E tutto sarebbe ricominciato come prima, in un giro vizioso senza soluzione di continuità.

Decise di prenderla dal lato del ragionamento.

— Andrea, ascolta…ma non è peggio in questa maniera? Non conviene smettere di fingere che tutto sia risolvibile? Non farebbe meglio a tutti e due, anche a te? Forse che tu stai bene, vivi bene in questa situazione? — Andrea si spostò di fronte al fornello, con il tegame nelle mani, sempre tenendo gli occhi bassi e la bocca corrucciata in una smorfia di tensione.

— Andrea! Cazzo rispondi. Vuoi rispondere si o no? —

Lei fece scattare il bottone del piezoelettrico, regolò il fuoco e finalmente si girò a guardarlo. Si vedeva che si sforzava di mantenere un espressione ferma, con fatica. Doveva avere anche pianto.

— cosa vuoi che ti risponda? — disse infine — cosa c’è che vuoi sapere?—

— voglio sapere perché ti stai, anzi ci stai facendo così male? — incalzò Marco.

— sei tu che fai male. Perché non mi lasci in pace, perché vuoi torturarmi in questo modo? — parlava lentamente, con voce straziata, e le usciva un leggero accento strascicato, tipico di quando era molto stanca. — lasciami vivere in pace Marco, ti prego —

— tu mi stai chiedendo di sacrificare la mia vita. Tu mi stai chiedendo di far finta di niente solo perché non vuoi affrontare i problemi. Non puoi Andrea, devi capire che non possiamo farci nulla. È finita, e non possiamo farci niente, doveva andare così — cercò di dare la maggior enfasi possibile alla frase. Anzi, per essere più convincente abbassò il capo tenendolo tra le mani.

Era stanco, e sconfitto. Non riusciva a capire come facesse quella donna a sfinirlo in questo modo, lasciandogli un buco dolorante nel mezzo del petto, dopo le interminabili ed inutili discussioni, dopo ore passate nel mezzo di selve di parole, che sfrecciavano su corsie parallele e mai coincidenti. Capì anche questa volta di essere sconfitto, di ricominciare il giro vizioso, del finto periodo di limbo che si svolgeva dopo ogni lite, in cui sembrava quasi che ognuno dei due dovesse condividere lo spazio in maniera autonomamente ostile. Limbo che avrebbe portato ad una progressiva intensificazione delle parole tra di loro, fino a che un bel giorno lui avrebbe chiamato a gran voce il suo nome, e lei sarebbe arrivata con le mani gocciolanti di acqua calda e il grembiule stretto in vita, e dopo qualche prezioso attimo di tensione lui si sarebbe sentito sfiorare i capelli e tutto sarebbe iniziato su quel divano piccolo, ma ospitale.

Quando alzò il capo Andrea non era più lì. Con il suo passo leggero e soffice, era uscita dalla stanza in silenzio.

Marco rimase un poco all’ascolto, massaggiandosi le tempie mentre la luce della cucina gli urtava gli occhi sensibili.

Dopo qualche minuto di rumori ovattati in camera da letto, si alzò e la raggiunse con fare indifferente. Andrea riempiva una grande borsa sportiva nera, con metodo ma anche con rabbia compiendo gesti bruschi e ampi.

Una ciocca di capelli le si scostò dall’acconciatura, e cadde sulla guancia. Andrea continuò a riempire la borsa in silenzio, ricacciando dietro l’orecchio nervosamente la ciocca ribelle. Quando ebbe finito si spostò in salone, dove tolse dalla libreria alcuni libri e il computer portatile.

Marco la seguiva in silenzio, un po’ incredulo e un po’ incapace di reagire di fronte ad una situazione che non si era aspettato minimamente potesse avvenire così, senza sforzo.

Lei di contro non lo degnò di uno sguardo per i minuti che le furono necessari a compiere le operazioni, poi si mise lo spolverino nero, le scarpe, e caricò le due cinghie sulle spalle, in una sorta di equilibrio da portatore sherpa.

Marco si era strategicamente posizionato vicino alla porta di ingresso. Poggiato all’anta della porta con le mani dietro la schiena si sentiva stupido e anche un po’ colpevole, ma tutto sembrava procedere al rallentatore e lui pareva poter gestire al meglio la situazione. Si stava anche preoccupando di dove sarebbe potuta andare per la notte. Andrea non aveva molte amiche.

Lei gli fu davanti prima d quanto si aspettasse. Si guardarono negli occhi e Marco si rese conto di non riuscire a reggere il suo sguardo così facilmente. Continuava a sentirsi in colpa. Lei era scossa, le tremavano le mani, ma manteneva quell’aria di controllo totale. Per un attimo lui ebbe un benefico effetto di fastidio.

Lei disse: — tu non avevi detto che era finita. — poi lo spostò con una mano e uscì di casa, in un controllato rumore di lacrime che sgorgavano dai suoi occhi.

 

3 risposte a “Come scomparire completamente

  1. Lucia

    ciao Marcello
    ho letto questo tuo racconto e devo dire che mentre leggevo stavo vivendo quella situazione, mi sembrava di essere lì, di essere addirittura la protagonista della storia.
    Complimenti, devi continuare, scrivere e trasmettere emozioni è un’arte rara.
    a presto
    Lucia

  2. queste sono le soddisfazioni che mi fanno insistere. grazie mille

  3. Roby

    Ho letto il racconto, un po’ scettica (non amo molto i racconti brevi, perché mi lasciano in sospeso e io vorrei sapere come prosegue la storia), ma mi sono ricreduta.
    Leggendolo, lo vedevo scorrere come fosse un film, ne sentivo i suoni e ne percepivo gli odori; ma soprattutto vivevo le emozioni. Non quelle di lei, ma quelle di lui ed è stata una sensazione strana, perché la pelle non era la mia di donna, ma la sua di uomo e… ci stavo un po’ “strana”.
    E’ questo ciò che mi ha colpita di più: la storia vista dalla parte di lui. Cambia la prospettiva e siamo poco abituate a vederla con i vostri occhi. A me fa bene. Se poi è scritta anche bene… Davvero ben riuscito, bravo. Mi piace.
    In bocca al lupo per il libro e a rileggerti

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