Dietro la porta chiusa

Esterno notte. Ho gli occhi che lacrimano copiosamente, per via della corsa in motorino nell’aria fresca della sera. Le luci lampeggianti delle macchine della polizia e dei vigili del fuoco proiettano ombre alte e minacciose sui muri dei palazzi vicini. Qualcuno sbircia da dietro le imposte, i più coraggiosi appoggiati braccia conserte al davanzale della finestra. C’è silenzio nell’aria, solo qualche macchina sfreccia sulla via, sollevando i residui della pioggia di questa mattina. Sono preoccupata, da giorni ormai non ho più notizie di mio fratello Claudio. Ero fuori per lavoro, continuavo a telefonare per tentare di parlarci, e, appena rientrata sono andata a cercarlo, in motorino. Arrivata alla porta ho avuto una strana sensazione, di angoscia, di terrore. Come se nell’appartamento ci fosse qualcuno, dietro la porta, in silenzio, in attesa.

Il funzionario della polizia, un ispettore giovane ma dall’aria decisa di nome Ruggeri mi chiama da parte;

— Dunque signora, ora proviamo ed entrare dalla porta, lei ci aspetti qui sotto in compagnia dell’agente. Una volta entrati le faremo sapere cosa abbiamo trovato — l’agente mi prende sotto braccio, accompagnandomi alla macchina, ed offrendomi una tazza in plastica piena  di tè caldo.

— Stia tranquilla signora, vedrà che non è successo nulla — ma sembra più nervoso e spaventato di me. Li vedo allontanarsi, l’Ispettore con un altro agente e tre vigili del fuoco. Un signore si avvicina e mi chiede timidamente;

— Cosa è successo? —

– Niente — ma dentro ho una sensazione terribile, come se in quei momenti di fronte alla porta di casa di Claudio sia stata vicina a qualcosa di terribile, di pauroso.

I minuti passano lentamente, mentre, stanca osservo le facciate dei palazzi con i panni stesi, e le imposte socchiuse da cui dietro filtrano le bave di luce indiscreta. Fisso lo sguardo nella striscia di vapore che sale dalla tazza, sperando di cogliervi un segno premonitore. Niente, vapore.

 

— Ispettore, abbiamo un problema — mi fa l’agente Massa, mentre poggiato alla balaustra delle scale attendo che i vigili aprano la porta del quinto piano. Non c’è nessuno in giro, ma sono sicuro che dietro le porte molti cercano di capire cosa succede.

— Che genere di problema? —

— La serratura è scattata — interviene uno dei vigili, — ma la porta non si apre —

— Che significa? — nel frattempo, mi avvicino alla porta, blindata. La toppa della serratura è illuminata da un faretto dei vigili. La serratura è stata perforata completamente, ma la porta non si muove.

— E’ come se fosse bloccata – spingiamo tutti la porta che non accenna a muoversi. Una radio gracchia nelle mani dell’agente Massa. I vigili parlottano tra di loro. Dopo qualche secondo si avvicina il loro superiore.

— Ispettore, abbiamo chiamato la gru, proviamo ad entrare dalla finestra — Non insistiamo sulla porta? —

— Dovremmo smurarla. Se riusciamo a rompere un vetro risparmiamo tempo e confusione. —

— Bene — cominciamo a scendere in silenzio. Ho come l’impressione che dietro la porta ci sia qualcuno in ascolto. Mentre scendo mi rendo conto che su questo pianerottolo non c’è la lampadina. E’ buio.

 

— Ispettore, che mi dice ? — mi avvicino alla piccola comitiva che esce dal portone.

— Proviamo ad entrare dalla finestra, signora — dice brusco — la porta è bloccata —

Mi lascio andare sulla sedia, esausta. Comincia ad essere tardi e l’umidità si fa penetrante. Dopo qualche minuto in cui i poliziotti e i vigili del fuoco complottano tra loro, arriva un autogrù dei pompieri, insieme ad un’altra macchina della polizia, con i lampeggianti accesi.

La scala telescopica viene estesa fino al quinto piano, ed un vigile in divisa sale diventando piccolo. Una macchia rossa persa nel buio. Siamo una decina di persone con il naso all’insù, a guardare cosa sta succedendo cinque piani più in alto.

Il vigile parla nella radio, e, dentro il gabbiotto viene spostato alle finestre laterali. L’operazione va avanti per qualche minuto, dopo di che l’uomo con ampi cenni si fa riportare a terra. L’Ispettore si avvicina velocemente. Parlano. Inizio ad essere seriamente angosciata.

— Signora — mi chiama con una faccia seria, tesa — le risulta che suo fratello avesse l’abitudine di chiudersi dentro? —

— …Si…ma in che senso? —

— Cioè, era uso barricarsi in casa, la notte? —

— No, si chiudeva come tutti, con il gancio di sicurezza. Perché mi fa questa domanda? —

— Perché non siamo riusciti ad entrare, signora. Le finestre sono tutte inchiodate con delle assi. Dall’interno. —

 

Abbiamo deciso di far smurare la porta. Sembra la soluzione migliore e la più veloce. Anche se faremo un po’ di confusione nel palazzo.

Torniamo di nuovo al quinto piano, i vigili suonano alla porta dei vicini per chiedere se possono attaccare il gruppo elettrogeno alla rete elettrica. Ne approfitto per fare qualche domanda ai vicini.

— conoscevate il signor Dente? —

— Certo, è una brava persona.. — inizia il capofamiglia, un uomo sui sessanta in pigiama a righe e pantofole di feltro — lo incontro quasi tutti i giorni quando esce per andare a lavoro —

— Quanto tempo è che non lo vede? —

— Quattro, forse cinque giorni. Pensavamo fosse andato a trovare la sorella fuori città. Ma cosa gli è successo? —

— Niente niente, tornate dentro e scusateci se faremo un po’ di rumore —

I vigili stanno iniziando a tagliare la porta con il frullino. Il rumore è agghiacciante, come può essere quello di una lama che taglia il metallo.  Altre porte si aprono sulla tromba delle scale. Aspettiamo, impazienti.

Massa mi chiama con un cenno della mano.

— che c’è? —

il vigile che ha tagliato mi indica la porta. C’è un puzzo di metallo bruciato veramente fastidioso.

— Ispettore. Abbiamo tagliato, ma non riusciamo ad entrare. E’ come se ci fosse un altro strato incollato dietro alla porta. Che facciamo, andiamo avanti? — Faccio cenno di si, scuotendo il capo, e mi tiro indietro per non essere investito dalle scintille. Il pianerottolo ha un aria spettrale, ora.

— Ispettore! — mi giro e di nuovo vedo il vicino, affiancato da una donna rinsecchita, con i capelli corvini, che si nasconde dietro di lui come se potesse avvampare per colpa delle scintille; — mia moglie dice di aver visto qualche giorno fa, il signor Dente rientrare in casa con delle cose molto pesanti. Sembravano lastre di ferro, scure. Se lo ricorda perché gli sembrava che fosse molto affaticato. —

— Grazie, dopo vi chiamerò per farvi qualche altra domanda —

— A disposizione — fa lui, rifugiandosi di nuovo nell’ombra insieme alla megera.

I vigili smettono di tagliare, allontanandosi dalla porta con aria sconsolata.

— Non si riesce…— fa uno di loro. — A questo punto proviamo ad entrare sfondando il muro a lato della porta — propone un altro.

Mi consulto con il loro ufficiale, un uomo di mezza età dall’aria stanca.

— Facciamo sicuramente prima, altrimenti dobbiamo usare degli agenti chimici per tentare di sciogliere il metallo —

Qualche minuto dopo si inizia a sfondare il muro, a quaranta centimetri dai cardini della porta. Il rumore è infernale. Il palazzo è vecchio, ed il muro portante è spesso almeno cinquanta centimetri.

Il vigile si stende di fronte al buco, continuando a sfondare con questo martello a percussione, fino a che tutte e due le braccia sono dentro al muro, come se un animale gigantesco lo stesse mangiando.

C’è polvere e detriti dappertutto, illuminati dalla luce gialla del faretto. Ho la bocca asciutta, e lo stomaco stretto. Forse un presentimento.

Finalmente il rumore di fuorigiri del martello dice che è passato dall’altra parte. Il vigile si ritira, poi insieme a due colleghi prova ad allargare il buco, tanto da poterci passare. Ci vuole più di un quarto d’ora per renderlo un budello agevole per me e Massa, che non siamo proprio di piccola stazza. Alla fine, il vigile del fuoco si avvicina coperto da un dito di polvere; — può passare Ispettore —

— grazie — mi giro slacciando la fondina e impugnando la pistola  — dietro di me Massa —

Mi incuneo strisciando nel buco, graffiato dai detriti che spuntano ovunque. Anche se è solo un muro, ho come l’impressione di rimanerci incastrato, quindi trattengo il respiro in silenzio. Quando oltrepasso il muro con il capo, alzo gli occhi nella polvere che vola dappertutto. E’ buio pesto, non riesco a vedere nulla. Mi sfilo da dentro il budello strisciando in terra, come un marine. Dietro di me la testa di Massa appare nel foro.

— Massa due torce, per favore — l’agente si ritrae per apparire dopo un minuto. Nel frattempo i miei occhi non riescono ad abituarsi all’oscurità, e quando inavvertitamente tocco qualcosa in terra con la mano, mi vengono dei brividi che non riesco a reprimere.

— Accendo — sussurra Massa. Un fascio di luce gialla si fa largo tra le spirali di polvere, illuminando sagome scure ed irriconoscibili. Ci alziamo in piedi, vorticando i raggi luminosi tutto intorno, velocemente. Siamo in un ingresso, piccolo e ingombro di oggetti. Punto verso la porta, e mi rendo conto che è stata bloccata da almeno due lastre di acciaio spesse cinque centimetri. Puzza di morto. Mi assale all’improvviso, come una mano che stringa la gola. E’ inconfondibile, per chi fa il mio lavoro. Non ci si può sbagliare. Faccio cenno a Massa di posizionarsi al mio fianco, e dal piccolo ingresso inquadriamo le tre porte che si aprono dinanzi a noi. Come muovo due passi, salto per il rumore che sento sotto i miei piedi. Illuminando vediamo migliaia di frammenti di vetro invadere il pavimento. Lampadine. Decine di lampadine frantumate in terra. Mi viene in mente che sul pianerottolo non c’era luce. Massa sfodera la pistola, pronto a coprirmi, io mi accuccio sotto la maniglia e con la mano destra apro la porta. Un saloncino, austero. La luce colpisce delle stampe alle pareti, un tavolo al centro della stanza, con alcune sedie intorno. Noce scuro, tutto perfettamente in ordine. Dietro alle tende di fiandra bianca, due pannelli di compensato fissati al muro con delle grandi viti parker. Una vetrinetta stile impero, ricolma di bicchieri di cristallo e posate d’argento. Sembra la casa di un vecchio. E’ tutto in ordine. Ma è come se ci fosse qualcuno in agguato. Massa è sempre fermo di fronte alle tre porte, con la pistola in mano, nervoso. Il crocchiare dei cocci in terra è l’unico rumore che riesco a sentire nell’appartamento insieme al nostro respiro pesante. Dalla stanza si accede attraverso un’altra porta ad una piccola cucina. La porta è già aperta, quindi mi basta illuminare con la torcia l’interno per accorgermi che anche qui nulla sembra fuori posto, o sospetto.

Porta di fronte. Chiusa.  Massa è nervoso, mi fa cenno di aprirla con lo spadino. Armeggio un paio di minuti, quando sento lo scatto secco, stringo la pistola e mi tolgo dalla luce della porta velocemente, aprendola.

Uno sgabuzzino. Pieno di scaffali di metallo. Barattoli di vernice, attrezzi, chiodi e qualche scatola di scarpe. C’è una piccola finestra, anch’essa sbarrata, ed alcune lastre di acciaio poggiate alla parete. Appeso al muro un memorandum. Operazioni di manutenzione, routine, niente di speciale. Massa scivola via dietro di me, guardandomi come se dietro l’ultima porta rimasta ci sia il nostro amico scomparso. Anche se non fa caldo, sento qualche goccia di sudore mettermi i brividi lungo la schiena.

Questa volta io copro, lui apre. Tengo in bocca la piccola torcia, usando tutte e due le mani per stringere la mia Beretta. Si apre di fronte a noi un corridoio, lungo tre o quattro metri, stretto. Al termine due porte, una di fronte all’altra. Mi stupisco della strana disposizione dell’appartamento. Ci dirigiamo in silenzio assoluto verso le due porte, puntando con decisione quella di sinistra. La puzza di cadavere si fa più intensa. Trattengo il respiro e apro la porta chiusa. Il fascio di luce illumina una camera da letto, apparentemente tutto sembra in ordine, ondeggio, mentre Massa mi preme sulla schiena per entrare. C’è odore di sudore nell’aria. Mentre scruto il raggio colpisce una parete. Sobbalzo, la mano corre alla pistola. Sopra al letto una scritta, in rosso. Sembra tracciata col sangue. Dice “sono qui”. E’ gigantesca, gocciante e inquietante. Massa è entrato e si guarda intorno, in cerca di qualcosa, freneticamente. Tutto è perfettamente a posto, c’è solo quella scritta che incombe a monito. Di nuovo l’odore acre del sudore. Sono io, mi accorgo. Ci guardiamo io e Massa, stravolti. Questa cosa sembrava ordinaria amministrazione invece ci troviamo di fronte quasi sicuramente ad un suicidio. Infilo i guanti di lattice ed apro i cassetti del comodino. Bibbia, come negli alberghi, alcuni opuscoli dell’ American Express, e documenti bancari.

Rimane solo l’ultima porta, il bagno certamente. Sono almeno cinque minuti che non sento altro rumore se non quello delle lampadine che scricchiolano sotto i nostri piedi. Massa fa cenno con la mano che vuol dire “io entro, tu copri”. Respira con la bocca, sbuffa, inspira con la bocca. Sento che potrei svenire, bisogna pensare ad altro in questi momenti. Apro la porta, Massa si china. Due fasci di luce penetrano nell’oscurità, Massa fa due passi avanti. Rumore soffocato, non lo vedo più, la torcia cade in terra, illuminando una parte di muro. — Massa!!— urlo, stringendo la pistola in una mano e la torcia nell’altra.

— Niente, capo. Sono caduto — dice lui dal pavimento — ho inciampato — lo illumino, è lì come un burattino scomposto con la pistola in mano e la torcia a due passi di distanza. E’ inciampato in alcuni fili di nylon trasparente tesi da un lato all’altro della stanza. È un antibagno, semivuoto, solo alcuni armadietti che contengono per lo più prodotti di pulizia. Massa è di nuovo al mio fianco, fa un cenno che vuol dire tutto bene. Sono ormai otto minuti che siamo dentro. Qualcuno si starà chiedendo cosa stia succedendo in questo strano bunker. Porta sulla destra. Il bagno questa volta. Vedendo come è disposta la casa immagino che si sviluppi sulla destra, a riempire lo spazio lasciato dal corridoio di poco prima. Siamo ai due lati. Do il conto alla rovescia, tre, due, uno apriamo. Rimaniamo entrambi a bocca aperta. Il bagno, chiaro e mattonellato, è completamente imbrattato di sangue. Lunghe strisce scendono dall’alto verso il basso  come se qualcuno con un grande pennello avesse steso il sangue come una pittura per pareti. L’odore è asfissiante, vasca da bagno; vuota. Mentre mi giro Massa mi tira per una manica.

In terra, seduto con il collo piegato da un lato, poggiato sulla parete della lavatrice, un uomo. O quel che ne rimane. Ci avviciniamo illuminandolo con le torce. E’ piegato come un fantoccio, indossa una maglia bianca a maniche corte e pantaloni del pigiama. Avvicinandomi noto che è come se fosse stato svuotato, è floscio come un palloncino sgonfio, ed ha dei tagli profondi sulle braccia scoperte, come quegli alberi a cui viene incisa la corteccia per farne gocciolare e poi raccogliere la resina.

Deve essere morto da almeno tre giorni, a giudicare dall’aspetto e dall’odore. E’ seduto in una pozza di quelli che sembrano essere i suoi liquidi organici. Non ci sono impronte tutto intorno. Massa vomita in un angolo scuotendo il capo. Questo non è suicidio. Questo è un assassinio.

 

Dopo l’ennesimo sobbalzo da parte dell’autobus stracolmo, il sacchetto di carta che contiene i miei libri cede, e uno dei tomi precipita sul pavimento con un rumore sordo. — scusate … mi scusi … — mi chino piegandomi sulle ginocchia e tastando il terreno in mezzo ad una selva di gambe nella ricerca del libro. Il tragitto interminabile e l’affollamento mi rendono nervoso, per cui mi concentro sui fogli stretti nella mia mano, una volta tornato al mio posto. Ho per le mani una traduzione dall’inglese di un testo medico per odontoiatri, e per questo ho dovuto supportare con alcuni volumi presi in biblioteca, per trovare la giusta traduzione ai termini tecnici.

La fermata si trova a tre isolati da casa, una palazzina d’epoca quasi in centro. Io abito al quinto piano, da solo. Mi chiamo Claudio Dente.

 

— ufff!!—sbuffo come un asino, dopo essermi fermato a comperare un po’ di cose al negozio di alimenti qui sotto.— Buonasera — mi salutano i coniugi Rosati sul pianerottolo. Anche loro sono carichi di buste e sbuffano stanchi. Antonio strofina i piedi sullo zerbino come un toro in procinto di caricare. — come va’ — li apostrofo senza nemmeno aspettare la risposta. In un attimo sono già dietro la mia porta di casa, al sicuro.

Bisogna che un giorno o l’altro mi decida a fare dei lavori di ammodernamento in questo appartamento. Sono sicuro che potrei ottenere molto più spazio togliendo qualche tramezzo. Uno sbadiglio affiora sulla bocca mentre appoggio il sacchetto di carta ormai distrutto sul mobile dell’ingresso. Mi avvio alla cucina con le buste della spesa nelle mani, e nell’incavo del gomito, quando una cosa attira la mia attenzione.

Faccio due passi indietro, nel corridoio giusto per accertarmi che quella che ho visto in terra è proprio un impronta. Un impronta?. Non è possibile, penso, riguardandola per bene, tanto per capire se ho le traveggole o no.

Effettivamente è li, nel mezzo dell’ingresso, isolata, visibile, come se chi l’ha lasciata lo abbia fatto per farla vedere. Giro su me stesso per vedere se ce ne siano altre, ma mi accorgo che è l’unica. Subito dopo alzo la mia scarpa per verificare che le due suole non coincidano. Ma io indosso solo mocassini, mentre quella è sicuramente una scarpa più pesante, a giudicare dall’impronta della suola. Uno scarponcino, un anfibio. Una scarpa da giovane.

Lascio cadere in terra le buste della spesa e mi dirigo affannato verso la camera da letto, dove conservo i soldi e le poche cose di valore. Cassetto della credenza; soldi, orologio d’oro dono di mio padre. Cassetto del comodino; certificati di deposito al portatore. Ci sono. Mi guardo intorno smarrito: televisore, videoregistratore, impianto stereo. C’è tutto.

Devo essermi sbagliato, forse qualcuno è entrato, magari il postino o l’impiegato della lettura del gas.

Mi siedo sul letto con la testa tra le mani, pensando e ripensando. Non mi ricordo di nessuno che sia entrato in casa da almeno quindici giorni. D’improvviso mi assale una sensazione di insicurezza. Qualcuno può essere entrato in casa mia.

 

Sono uscito presto quest’oggi, per andare a riconsegnare i libri i biblioteca, e per continuare le ricerche di materiale da traduzione.

Per dire la verità ogni tanto il pensiero va all’appartamento e ai segnali rivelatori che ho memorizzato. Continuo a pensare alla probabilità che abbia avuto qualcuno di copiare le mie chiavi ed entrare nell’appartamento. Remote, direi, visto che nessuno ha le copie. Nemmeno mia sorella.

Devo ricordarmi degli appuntamenti di oggi pomeriggio. Alle tre devo vedere Alberto, un collega, per scambiarci alcuni lavori di traduzione. Io gli faccio quelle dall’inglese, e lui svolge per me quelle dal Tedesco. La chiamano solidarietà. E’ anche simpatico Alberto, ma non ho voglia di uscire con lui malgrado me lo abbia chiesto due o tre volte.

Alle quattro ho la seduta dall’analista, la prima questa settimana.

Pensare che non volevo andarci quando mia sorella me lo ha quasi imposto, ed ora è diventata una piacevole abitudine. Mi aiuta a scaricare le tensioni, e confessare cose che altrimenti non saprei proprio a chi raccontare.

Mi lascio andare sullo schienale del sedile. Fuori piove a dirotto. L’autobus è quasi vuoto a quest’ora della mattina. C’è un tipo seduto in fondo alla carrozza che non mi piace per niente, lo tengo d’occhio con indifferenza fischiettando, perché non mi rende tranquillo la sua presenza. Fuori continua  a piovere.

 

Scuoto l’ombrello fradicio, mentre arroto le suole delle scarpe sullo zerbino. Ad essere sincero è un bel po’ che penso al momento di tornare a casa. Mi aspettavo che so di trovare la serratura forzata, o la porta sfondata, ma tiro un sospiro di sollievo vedendo che tutto è a posto.

Una volta entrato mi comporto in maniera indifferente, controllando però tutti i miei punti di riferimento. A posto.

Rilassato, mi tolgo le scarpe, poggio sul tavolo del salone la busta piena di libri, e decido di concedermi una birra.

Sono paralizzato nella cornice della porta.

In cucina lo sportello del frigorifero è spalancato, con la luce che trasborda fuori con violenza, insieme all acqua e all’odore disgustoso di alimenti andati a male.

Sono sicuro di aver chiuso il portello questa mattina. Sono certo di non aver potuto commettere una dimenticanza così enorme. Ancora fermo nella cornice della porta, investito dalla luce e con un brivido gelido che mi corre lungo la schiena.

Senza nemmeno chiudere lo sportello, mi precipito in giro per la casa, aprendo tutte le stanze come un pazzo, aspettandomi di trovare qualcuno a rovistare nei cassetti, e negli armadi. Nessuno.

Sono solo in casa, tremante come una foglia e squassato dal dubbio. Qualcuno si introduce in casa mia di nascosto, oppure il mio stato di disagio mentale si sta trasformando in qualcosa di più grave.

 

Ho dovuto sostituire la serratura. Mi è sembrata la cosa più logica e nell’insieme più semplice. Il fabbro è una persona che conosco da molti anni e di cui mi fido pienamente, così oggi sono andato a lavorare fuori più sereno. Dopo tre o quattro ore rientrando mi sono imbattuto nei vicini di pianerottolo, abbiamo scambiato qualche parola e entrando in casa dopo un controllo veloce dell’appartamento ho iniziato a lavorare alla traduzione per quasi tutto il resto del giorno. Ora si che mi sento più sicuro.

 

Tre giorni di lavoro intenso e sono ancora a pagina cinquantacinque. Sono sceso un attimo soltanto per comperare pane fresco e formaggio. Piove anche oggi, e ho staccato il telefono per non essere disturbato durante il lavoro. Ho ripreso possesso della mia casa, anche se continuo a chiedermi cosa sia successo in quei giorni. Forse qualcuno era entrato dalla finestra, per studiare l’appartamento da svaligiare nei giorni seguenti. L’analista mi ha suggerito che potrei essere stato io stesso a creare una situazione tipica di tensione per spezzare la monotonia della mia vita. Ho riso, mi sembrava piuttosto azzardata come ipotesi. Tornato a casa sono raggelato. Il rubinetto del lavandino, in bagno, era aperto e l’acqua scorreva copiosa giù fino al pavimento. Ho avuto una crisi di nervi, sono scappato nello sgabuzzino e dopo aver tolto il manico della scopa ho ispezionato tutti gli angoli della casa in cerca del visitatore. Niente. Mi sono talmente stancato che ad un certo punto sono crollato, dopo essermi appoggiato qualche minuto sul letto con ancora il manico della scopa tra le mani. Adesso ho bisogno di un vero e proprio piano per affrontare quella che ritengo essere una provocazione nei miei confronti, forse proprio da parte di qualche collega invidioso del mio lavoro. Devo cercare di lasciare la casa il meno possibile, cosa non difficile visto che il mio lavoro si svolge per la maggior parte proprio in casa. Le sedute dall’analista per il momento le sospendo, visto che la priorità maggiore è la salvaguardia dei miei beni.

 

Sono ovviamente molto nervoso nell’affrontare ogni nuova giornata, per il timore di vedere violata la mia intimità ogni volta che sono costretto ad assentarmi. Sono sceso per non più di venti minuti, al negozio qui sotto, per comperare pane e qualcosa di commestibile, poi con il fiatone ho corso per le scale fino al mio piano, per non perdere altro tempo, visto che l’ascensore era occupato. Aperta la porta ho lasciato cadere in terra le buste. Sul pavimento dell’ingresso delle grosse chiazze di sangue stagnano, come pozze di acqua piovana. Sto tremando, è qui, sono sicuro. Comincio a muovermi con attenzione, cercando di capire dove possa essersi nascosto, e cosa possa avere in mente.

Non respiro per la paura, vorrei infilare la porta e uscire per le scale gridando come un ossesso, ma devo capire cosa e come stia succedendo tutto ciò.

 

Sono passati oltre dieci minuti, ho rovesciato l’appartamento, ma non c’è nessuno. Oltretutto la porta era chiusa a chiave, con la nuova serratura. Sono terrorizzato, e soltanto dieci gocce di Lexotan sotto la lingua, riescono a restituirmi una parvenza di serenità. Prendo un grande straccio per pavimenti, e mi inginocchio di fronte alle chiazze di sangue per rimuoverle. Recito delle preghiere sottovoce.

Dopo averlo affondato dentro, mi chiedo, infilandoci anche il dito, di che razza di sangue possa trattarsi, visto che è così denso e resistente.

Ma mi accorgo subito che non è sangue, è vernice. Rossa.

 

La tensione mi sta uccidendo, devo prendere una decisione razionale e definitiva, se non voglio divenire preda di qualche pericoloso maniaco.

Poi d’improvviso mi batto il palmo della mano sulla fronte, sonoramente. Che stupido, non avevo pensato alle finestre. Ecco come fa, forza le finestre e si infila all’interno quando io esco per svolgere le commissioni. Devo assolutamente bloccarle, in maniera efficace. Forse chiudendole con delle grate di acciaio potrei assicurarmi l’impenetrabilità. No, troppo tempo prima di avere il lavoro fatto, devo organizzarmi da solo. Comprerò dei pannelli di compensato che fisserò dietro le finestre quando sarò costretto ad uscire.

Il giorno seguente sono già operativo di buon ora. Sono costretto a lasciare la casa incustodita per qualche ora, ma probabilmente sarà l’ultima volta.

Quando sono di ritorno, tre ore dopo, sembro un mulo, carico di pannelli di compensato e attrezzi da lavoro. Cinque viaggi, su e giù per le scale, sudo come una fontana, frenetico come una formica operaia. In due ore circa ho inchiodato tutte le finestre. Certo ora devo tenere sempre accesa la luce elettrica, ma posso stare tranquillo che non avrò brutte sorprese. E’ pomeriggio inoltrato, quando mi rilasso con un bagno caldo nella mia vasca da bagno antica, accorgendomi per via dei borbotti della pancia di non aver mangiato niente tutto il giorno.

La casa così, raccolta, dà una sensazione di protezione, di sicurezza ulteriore. Immaginare i tramonti, fuori e non poterli vedere ha un fascino quasi romantico, melanconico. Sono le sei di sera e sembra già molto tardi, sembra notte fonda, con i pannelli di compensato che limitano i rumori, li rendono ovattati.

Scivolo in un sonno morbido senza nemmeno accorgermi, cullato dal silenzio amico che vige nella mia casa.

Non so proprio dire quanto tempo sia passato, quando una sensazione di appiccicaticcio mi avviluppa il viso. Nel sogno mi sembra di affogare, di essere sommerso da un’onda in piena, mentre emergo dal torpore, passo la mano sul mio viso, stancamente, ancora assonnato.

E’ quando apro gli occhi che mi rendo conto di ciò che succede. La mia mano è rossa, di sangue, lo stesso sangue che ho trovato per terra all’ingresso della mia abitazione. Ci metto qualche secondo a riavermi, annichilito dallo shock e dal terrore. Mi siedo sul letto e di corsa salto in piedi, gettandomi dall’altra parte del corridoio, fino nel bagno.

Il viso riflesso nello specchio non sembra nemmeno il mio. Magro, tirato, con questa striscia di vernice rossa che mi cola giù dai capelli, fino a terra.

Mi tocco, come un pazzo, ma non ho niente, è come se la vernice fosse gocciata direttamente dal soffitto, sulla mia testa. Lavato, asciugato alla bell’e meglio con un asciugamano di cotone, mi avvio mesto in camera, per rimanere di nuovo fulminato nella cornice della porta.

Sopra alla testiera del mio letto, gocciola sui cuscini e sulla sovraccoperta tutta spiegazzata dal mio sonno, della vernice rossa, a comporre una grande scritta che mi fa drizzare i peli sulle braccia: “sono qui”. Inizio a piangere, come un bambino, in preda al terrore. Questa volta non ho nessuna idea, la mia reazione è stata spazzata via. Qualunque idea vola nella mia menta come foglie secche portate via dal maestrale. Ho la testa vuota, piena solo di paura. Mi metto in ginocchio e prego, è tutto quello che posso fare.

Passano i secondi, i minuti e nulla sembra succedere. Esterrefatto ed in preda a violenti tremiti alzo di nuovo lo sguardo, nella speranza che si sia trattato soltanto di un brutto sogno. La scritta è ancora là, grondante disperazione, ma il silenzio che mi circonda è dissonante con quel colore. Mi aggiro per la casa come un automa, controllando per scrupolo tutte le finestre e la porta di casa. Questa casa che non sento più mia. Come se avessi occupato l’abitazione di qualcun altro che stia cercando di cacciarmi fuori senza troppi scrupoli.

E ora che faccio, penso tra me e me continuando ad incrociare la scritta rossa sul letto ogni volta che ci passo vicino, come se volessi vederla sparire da sola dal muro. D’improvviso mi viene in mente una cosa che ho visto molto tempo fa su di un film. Un uomo per cautelarsi dal ricevere visite sgradite in casa frantumava delle lampadine sul pavimento, così che al buio l’aggressore le avrebbe calpestate producendo un rumore inequivocabile. Bene, è quello che farò, così se Lui cammina non potrà più prendermi di sorpresa. Esco sul pianerottolo, e con uno straccio da spolvero, in piedi su uno sgabello svito le due lampadine bollenti dalla sede. Una volta rientrato in casa le frantumo all’interno dello straccio e le spargo di fronte alla porta di entrate e nell’ingresso.

Non bastano però, ho bisogno di altre lampade, quindi comincio a togliere tutte quelle che trovo dalle abat jour e dai lampadari, cospargendo prima di fronte a tutte le finestre, e poi le soglie delle camere.

Quando ho finito la casa è completamente al buio, con i pannelli di compensato a bloccare le finestre, e due grandi lastre di acciaio che avevo acquistato per farci una scaffalatura a bloccare la porta d’entrata. Lo stomaco mi fa male come se una mano me lo tenesse stretto e la fronte mi brucia come se avessi la febbre, ma ora la cosa più importante è fermarlo, rendere definitivamente sicura questa casa, dopo mi potrò riposare.

Mi muovo a tentoni, sperando di abituarmi in fretta alla luce scarsa, e cercando nel ripostiglio qualunque cosa possa tornarmi utile alla difesa del mio perimetro. Ricordo di aver letto in un trattato tradotto molti anni prima che difendere un posto è una cosa molto difficile, e che bisogna sempre scegliere un cuore, un centro delle operazioni, una base nella base.

Il posto che mi sembra più adatto è il bagno, ho acqua fresca e possibilità di espletare tutte le mie funzioni senza muovermi, entro poggiando la mano sullo stipite portandomi dietro dei fili da pesca che ho trovato nel ripostiglio. Nell’antibagno c’è spazio per creare una ulteriore linea di difesa, tendendo i fili che diverranno invisibili a chi cammini al buio. Dopo aver compiuto questa operazione mi ritiro nella parte finale del bagno, con la fronte che mi brucia ed il pigiama che indosso tutto sudato.

Ecco fatto, ora questo posto è veramente sicuro. Niente potrà entrare qui dentro senza mettermi in allarme. Attenderò qualche ora per accertarmi che qualunque cosa sia ormai non vaghi più per la mia casa, poi mangerò qualcosa e farò una doccia. Ora mi siedo qui in terra vicino alla lavatrice, cercando di pensare a qualcosa di positivo, tranquillizzante, un viaggio, paradisi tropicali, tutte le cose che fino a qualche giorno prima facevano parte della mia vita, il lavoro, le mie passeggiate al parco, i pomeriggi passati in libreria. Poi di sicuro gli occhi si chiuderanno, e dolcemente, senza più pensieri scivolerò nel sonno. Questa volta ho fatto tutto quello che dovevo fare, certamente quando mi sveglierò sarà tutto quanto finito.

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