Parrucchiera per signora


Dopo una lunga e penosa riflessione, durata circa due giorni, Humbert sdraiato sul suo materasso ad acqua nella penombra del pomeriggio, decise di togliersi la vita.

Non fu certo una decisione facile, o presa a cuor leggero, ma in fondo inevitabilmente quella più giusta e razionale. Gli ultimi giorni della sua esistenza erano trascorsi nell’esame di ciò che aveva compiuto, di quello che si era proposto e che aveva disatteso a quel momento.

Aveva analizzato tutta la sua vita, ripercorrendola non solo negli avvenimenti più eclatanti, ma anche in quei piccoli particolari, all’apparenza insignificanti, che invece ad un osservatore esperto avrebbero rivelato il germe del fallimento che lo aveva da sempre contraddistinto.

Aveva cominciato, snodando il lungo filo dall’infanzia, soffermandosi sui nodi più ostinati e riuscendo poi a proseguire il cammino accidentato lungo la sua storia personale. Humbert non si era sempre reso conto di quanto fosse inutile e fallimentare la sua vita. Anzi, per un certo periodo aveva addirittura pensato di poter compiere grandi imprese, di essere destinato ad una brillante carriera o ad un imprevedibile ed inaspettato successo.

Non sapeva bene in cosa avrebbe brillato, ma aveva quella sensazione di pizzicore alla punta delle dita, qualche volta, immaginandosi di fronte ad una folla in delirio per lui, per le sue imprese.

Questo periodo era trascorso, non interrompendosi drasticamente, ma sfumando nella mediocrità e nell’insuccesso ostinato, così da farlo precipitare in una sorta di burrascoso e oscuro tunnel di rabbia e depressione. Humbert alternava ormai da molti anni picchi di assoluta sicurezza riguardo al suo futuro, privato e professionale, a momenti di rabbia e odio per qualunque persona o cosa gli capitasse a tiro. Uno dei suoi vizi più frequenti era quello di inveire contro i personaggi che affollavano lo schermo televisivo, ritenendoli una massa di imbecilli sopravvalutati che si erano trovati a ricoprire ruoli ed a guadagnare molti soldi in maniera del tutto casuale o fortuita. Erano quelli i momenti in cui al culmine della rabbia Humbert cadeva in una depressione profonda, caratterizzata da atonia degli arti e inappetenza, che in genere si protraeva per almeno due o tre giorni.

Poi, all’improvviso, Humbert trovava nuovo vigore, impegnandosi mentalmente in qualche nuovo progetto, in una nuova idea che avrebbe dovuto portarlo lassù, nell’olimpo dei ricchi e famosi.

E via di nuovo in un cerchio vizioso che si era protratto per i primi cinquanta anni della sua vita. Oggi, finalmente constatato il suo insuccesso totale sia nella vita privata, negli affetti e in quella personale, Humbert era pronto a togliersi questo grande peso dalla testa e dalla coscienza, compiendo l’unico, vero atto decisivo della sua stupida vita.

Una volta gli era accaduto, parecchio tempo prima, un episodio che lo aveva condotto ad uno dei momenti di esagerata autostima che lo contraddistinguevano. Si trovava nel centro della città per svolgere alcune pratiche anagrafiche riguardo una piccola successione ricevuta. Era primavera inoltrata, una di quelle giornate calde in cui l’aria si riempie di pollini e di piccoli insetti che ronzano e sfiorano le superfici rinnovate dal sole. Camminava per la strada con passo pigro, contagiato dall’atmosfera sonnacchiosa, reggendo sotto il braccio un voluminoso faldone colmo di certificati e fotocopie. D’un tratto con la coda dell’occhio, si era interessato ad un oggetto che baluginava appena sotto l’orlo del marciapiede, tra le auto parcheggiate e le foglie secche incollate ai pacchetti di sigarette accartocciati e scoloriti. Humbert si chinò per raccogliere quella che sembrava essere una tessera di biblioteca, intestata a Dolores B. Penny.

Dopo averla girata per un poco tra le mani ossute e secche Humbert decise di doverla riconsegnare, visto che l’indirizzo scritto con grafia incerta si ricordava fosse non molto lontano, in zona.

Una volta giunto di fronte al numero civico Humbert venne assalito da una folta serie di dubbi e perplessità che lo convinsero un paio di volte a desistere dal suo proposito, per farlo scontrare con il senso civico che gli imponeva di restituire la tessera alla legittima proprietaria. Si chiedeva, Humbert, se per caso fosse sposata, oppure se fosse una ispanica che non parlava la sua lingua, o se infine Dolores potesse pensare che lui avrebbe restituito la tessera soltanto per poter attaccare discorso con lei.

La strada era placida come la giornata del resto, con alcuni bimbi che avevano improvvisato dei giochi disegnando una astronave sbilenca con del gesso sul marciapiede, mentre alcune ragazzine sedute sui gradini di un portone poco più in là cinguettavano allegramente in un festoso ondeggiare di treccine colorate e vestitini di cotone. Il faldone sotto il braccio di Humbert iniziava a pesare, così lo passò sotto l’altro continuando a tormentarsi di fronte al portone giallo scrostato dal tempo.

Quando la tenda della finestra del primo piano si scostò rivelando un faccione rugoso e severo, Humbert non fu lesto ad allontanarsi, riuscendo a farsi apostrofare dopo qualche secondo di pietoso imbarazzo.

— Cerca qualcuno? —Chiese il donnone con fare autoritario e voce fangosa. Humbert con il tesserino tra le dita abbassò lo sguardo come soleva fare a scuola quando veniva colto impreparato dalla professoressa di lettere.

— Dolores B. Penny —, rispose con ostentata indifferenza

— Secondo piano a sinistra. È in casa — ordinò il donnone, e dopo qualche istante si udì lo scatto secco del portone che si apriva. I bambini si fermarono a guardarlo, ed un ape gli ronzò intorno al viso, tanto che dovette cacciarla con un gesto isterico della mano libera.

Le scale erano strette ma pulite. Solo qualche figura tracciata con dei gessetti bianchi tradiva il transito di un bambino. Humbert percepì la presenza della donna dal vocione gorgogliante dietro la porta, mentre ci passava davanti. Non si sentiva rumore, ma la presenza incombeva su di lui come un macigno. Arrivato di fronte all’uscio con la targhetta “Dolly Penny” circondata dai cuoricini e un cagnolino con il fiocco rosa al collo, Humbert venne colto da un improvvisa voglia di scappare via di lì, e di riportare la tessera dove l’aveva trovata, tra le carte di chewing gum e i mozziconi di sigaretta schiacciati. Solo l’idea di dover passare di fronte al donnone di nuovo lo distolse dai suoi propositi, così bussò discretamente alla porta.

Dopo qualche istante di silenzio, si udì un ciabattare soffice all’interno della casa, e poi una vocetta curiosa, stridula, come quella di un gessetto che si infrange contro la lavagna di ardesia; — si? Cosa vuole? —

— signorina Penny — fece Humbert sforzandosi di mantenere lo sguardo diritto di fronte a sé, e alzando la tessera con due dita proprio dinanzi al buchino dietro cui miss Penny si accalcava — ho trovato la sua tessera della biblioteca. La lascio qui di fronte alla porta, così può prenderla — e fece per andarsene, girando sui tacchi, rigido. — no aspetti, un attimo — sentì trafficare con serramenti e catene, poi la porta si schiuse, rivelando il viso rotondo di Dolores B. Penny. — fa molto caldo, la vuole una limonata? — sorrise lei.

Sedevano nel piccolo e ovattato tinello di Dolores Beatrice Penny, Dolly per gli amici. Humbert si era accomodato su una scomoda poltrona di giunco, tutta rovinata dal tempo, con un cuscino stampato a motivi floreali sotto al sedere. Sembrava un gigante in una casa di nani, con le lunghe gambe incrociate una sull’altra, il faldone sulle ginocchia e la schiena leggermente inclinata in avanti. il pantalone si era sollevato per via della posizione, e si vedeva comparire la gamba glabra e venosa di Humbert, ed i corti calzini di un celeste ormai consegnato da tempo alle pareti della lavatrice. Dolly era alta poco più di un metro e cinquanta, con delle mani minute e una gran massa di riccioli neri ad incorniciare il volto tondo. Un paio di occhiali di celluloide con la catenella completavano il quadro di una possibile insegnante delle scuole elementari imprigionata nella casa di Barbie.

Humbert sorseggiava imbarazzato da un grosso bicchiere pieno di limonata gelida, e cercando di scaldarla tra le labbra produceva un rumore sordo, simile a quello che si ottiene quando si succhia il brodo bollente dal cucchiaio. Dalle pareti poster di cuccioli abilmente arruffati gli strizzavano l’occhio.

— E’ stato veramente gentile da parte sua — chiocciò Dolly dal divano di fronte con una Royal Crown Cola stretta tra tutte e due le mani — lei non sa che pensiero mi era venuto per quella tessera — Humbert non vedeva l’ora di andarsene da quell’appartamento, anche se l’idea di ripassare di fronte alla porta del donnone , lo rendeva parecchio nervoso.

— Forse non ci crederà, ma mi avrebbero fatto ripagare la quota annuale per rilasciarmi un duplicato della tessera. —  non aveva ancora toccato la cola, come se non si rendesse conto di averla tra le mani — e che fortuna che non abbia piovuto in questi giorni…— constatò allegra.

La conversazione, o meglio il monologo si protrasse per quasi un ora, in cui Humbert non ebbe bisogno di non rispondere alla raffica di domande che gli venivano poste, perché prima che riuscisse a prendere fiato gli veniva lanciata una nuova domanda. Inoltre Dolly dardeggiava continui sguardi verso il bicchiere nelle sue mani, come se temesse che lui non la avesse apprezzata.

Humbert si rese conto che non avrebbe potuto alzarsi fintanto che non avesse finito la limonata, quindi, rischiando una congestione la versò direttamente nella trachea, strabuzzando gli occhi in un silenzio pietoso mentre Dolly continuava a chiedergli cose che lui non ascoltava, e a rallegrarsi della buona sorte avuta.

Quando infine era riuscito ad inserirsi in una delle rare pause del torrente Dolly, per merito dei rintocchi di un fantastico orologio a cucù raffigurante i mori di un famoso campanile italiano, Humbert approfittandone si era alzato stirando i pantaloni lungo le cosce con le mani poi, preso il faldone sotto il braccio riposato, e cercando di essere convincente aveva preso commiato, avviandosi verso l’uscio.

— aspetti — sentì mentre aveva già aperto la porta di casa. Dolly gli stava porgendo un piccolo biglietto di carta. Humbert lo prese, arrossendo, e fu allora che lei si avvicinò ergendosi in punta di piedi e scoccandogli un bacio prolungato all’angolo delle labbra, sussurrandogli mentre si allontanava — grazie Humbert — in una maniera che lui non aveva mai sentito prima.

Ad Humbert pizzicarono le labbra per un buon quarto d’ora, mentre con il faldone sotto il braccio scendeva le scale, passando di fronte alla porta del donnone senza nemmeno rendersi conto di dove si trovasse.

Fuori la strada era ancora più calda, e molte ragazze avevano approfittato della giornata per liberarsi dei maglioni pesanti e prendere i primi raggi di sole dell’anno.

Camminò molto, stordito ma al contempo euforico per l’accaduto, e soltanto quando fu di nuovo a casa si ricordò del biglietto che aveva infilato nella tasca posteriore dei pantaloni, e che tra fiocchettini rosa e teneri ghirigori declamava:

Dolores B. Penny – Parrucchiera Per Signora.

Humbert ebbe la netta e precisa sensazione di piacere molto a Dolly, ma malgrado fosse tentato, in realtà non la chiamò mai. Tenne il suo biglietto da visita sempre poggiato sotto al telefono, vicino agli elenchi, come se, ad un fortuito visitatore fosse dato di vedere che lui, Humbert, stava per chiamare una donna ed invitarla a cena fuori.

Il giorno in cui decise di uccidersi, Humbert ricordò quell’episodio accaduto molto tempo prima, un particolare sfuggito all’attenta analisi dei giorni precedenti, e indeciso su dove fosse andato a finire quel biglietto da visita dimenticato si alzò dal letto dove aveva trascorso le ultime ore della sua vita e si avviò con passo malfermo al mobile di legno chiaro dove aveva sempre trovato posto il suo trascurato apparecchio telefonico.

Il biglietto era ancora al suo posto, abilmente infilato sotto al telefono di plastica grigia da un lato, e quando Humbert lo estrasse si rese conto che l’angolo rimasto nascosto era molto più bianco del resto del cartoncino, che invece aveva guadagnato un colore giallo avorio, come le zanne degli elefanti africani.

Lo tenne tra le dita per un poco, assaporando il caldo di quella giornata, le api i bambini schiamazzanti e il faldone pesante.

E poi il portone scrostato, e la donnona, e gli venne una gran curiosità di sapere se fosse ancora viva con il suo vocione sotterraneo e l’aspetto severo da levatrice.

Humbert seppe che era suo dovere comunicare a qualcuno la decisione presa, quella di togliersi la vita, e in quel momento gli parve che l’unica persona meritevole fosse proprio Dolores B. Penny. Per quel bacio, per la sensazione di calore che aveva avuto quel giorno, per la completezza che aveva trovato in quell’episodio.

Si domandò come mai non avesse mai trovato il tempo di chiamarla. Perché avesse addirittura rimosso completamente l’episodio era un mistero che lo turbava e preoccupava parecchio. E se avesse scordato altre cose importanti?

Humbert prese il biglietto tra le dita, andò in cucina dove tolse dalla credenza di legno di abete la bottiglia con le pillole sedative che aveva messo da parte per il gesto definitivo. Versò un bicchiere d’acqua, prese il flacone, il biglietto e tornò a sedersi sull’orlo del letto.

Aveva perso parte della determinazione, ma decise che il suo ultimo atto sarebbe stato non così inutile, nel comunicare quali fossero le sue intenzioni a Dolores, Dolly. Anche se era passato molto tempo lei avrebbe trovato stima in quell’uomo che la aveva scelta come depositaria di un informazione tanto importante pur non avendola più sentita. Così rifletté, continuando a fissare il biglietto da visita fino a che si alzò, raggiungendo il telefono grigio.

Lentamente, con molta flemma compose il numero, cifra dopo cifra, pensando alle frasi giuste con cui comunicare la notizia, al modo in cui avrebbe apostrofato Dolly quando lei fosse venuta al telefono per rispondere. Quando la voce femminile attaccò a parlare, Humbert si schiarì la voce, presentandosi. — signorina Dolores, non so se mi ricorda….— — …composto non è attivo. È pregato di riagganciare, grazie —

Rimase con la cornetta all’orecchio, fino a quando il messaggio, ripetuto più volte non smise di essere comunicato. Poi lentamente ripose il ricevitore, tornò nell’altra stanza, sedette sull’orlo del letto e si sdraiò serenamente, un espressione soddisfatta sul volto, con il bicchiere in una mano e il flacone scuro stretto forte nell’altra.

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...