Stormy Weather

Un fischio. Un riflesso carminio sui cristalli azzurri. Bagliori, lampi colorati. Il cielo di Baghdad? La tempesta dall’alto. Dio mio. Vento sul volto, sferzate violente ma efficaci. Lascio l’interno della comoda poltrona dei ricordi. Azzurro. Il lucido vedere, dall’interno di un doni. Febbricitante traversavo le basse lagune di Male nord. Dio mio. Cielo e terra un unico orizzonte paziente ed infinito. Un viaggiatore da un altro pianeta capitato in questo posto potrebbe anche impazzire. Gli odori delle spezie, la confusione precisa e colorata dei mercati. New York e la gente, Dio quanta gente. Urtato, colpito strusciato sotto gli occhi dello stesso Dio che ha concepito le isole all’interno del golfo del Messico. Lo stesso Dio che mi ha permesso di vedere le piramidi sepolte da una foresta pluviale e complice, su corriere rumorose sgargianti, che mi ha trasportato nelle metropolitane del mondo. Ne sono uscito vivo. Accelerato ma vivo. Koyanisqaatsi. Tortoise. Ancora  riflessi, più scuri, più tristi e una sirena lacerante, come quella notte a Londra, l’incendio. Riflessi, l’acquario di Paradise Island, quella giovane ragazza, americana forse? il suo volto stupito di fronte al dolore. Perché io? si chiedeva. Il vento in faccia, lo stesso vento che batteva i finestrini di quel treno tra Messina e Palermo, nascondendo il paesaggio con le tende bianche e lise. Mio Dio. Quanti volti, esangui, pingui, tristi, sorridenti. Contenti di poco, sconvolti e distrutti.

Quella notte di pioggia, mentre le casette scivolavano lungo la collina come carte da gioco, noi sul terrazzo con il Crystal ancora in bocca. Rio. Lo stesso buio, gli stessi colori. Più sofferenza. L’azzurro dei dorsi delle balene, lo stesso azzurro del cielo di Svezia, pigro e indolente. Paese chiuso, colmo di gelo. E… Dio quell’ubriacona a Berlino. Che pena. I capelli gialli e gli occhi rossi. Piangente. Mentre pensavo che era più giovane di mia madre. Lacrime calde come pioggia grassa. Sono inchiodato qui tra il vento e le urla che mi flagellano le orecchie. Il ponte sospeso alle cascate Iguazù. Le campanelle tintinnanti nel vento caldo di Monrovia. Un calice di vino rosso nel sole di Alicante. O Dio Mio. Sanibel. La Croisette. Brighton. Il Golden Gate nella nebbia del mattino. L’umidità delle Shetland.

I maglioni italiani in Norvegia. Una faccia che mi sorride, ma non ricordo.

Gli stessi bagliori delle carcasse delle auto in fondo ai precipizi, vicino Porto Vecchio. Delle inglesi nude e candide come lenzuola stese sulle spiagge di Rodi. Diapositive che si susseguono come in un caricatore impazzito, tra il blu dei riflessi e il fischio assordante del vento.

Le notti corte e vischiose di Ibiza. I sonni vacui e fittizi. L’odore del tabacco, i sorrisi maliziosi dei turchi. I finti americani di San Josè.

La dignità svanita degli abitanti di Kingston, svanita dietro ad un sorriso.

Frammenti di Marshall, di Oceania, di Fiji. L’aeroporto di Colombo. Le ascelle sudate. I lampadari di cristallo. L’arredamento coloniale. I taxi. Le fregature. Le cose perse, quelle lasciate nei cassetti degli armadi. Le chiavi della camera portate via, a casa. I p.o. box. Le macchine a noleggio, possocorrerequantovogliotantononèmia. Orlando. Amico mio.

Bogotà e le polveri. Le foto di Bombay, trasudanti malattia e livore. I cobra e i vecchi, i bambini e le mutilazioni. Le cicatrici sulla pelle dei neri, e i capelli rasta. I riflessi del sole sugli scogli di Nuoro, il monte Sant’Elena che vomita fumo nero come la centrale di Battery Park.

I dopo terremoti, e che fortuna, gli alberghi crollati, ma anche il sacco a pelo e il cartone come letto. I riflessi azzurri, come quell’amaca presa a Playa del Carmen, e come i riflessi delle puttane tinte di Tijuana, l’unica merce insieme alle camicie di Ralph Lauren. E l’azzurro, l’azzurro da brividi del mare sotto Cabrillo Point, mentre vele bianche gonfie di speranza si staccavano dal porto verso un orizzonte nitido. E la sirena, quella che dava il via, è quella che sento nelle orecchie. Ora.

Dio mio, quante cose ho visto.

 

– Fate largo, spostatevi per favore – – Dio mio, poveraccio! — — posso vedere cosa è successo? – – attenzione, si sposti – ma da dove è caduto? — – l’ho visto cadere da là – – da dove? – – lassù. Da questo grattacielo di vetro azzurro – – Dio mio, poveraccio che brutta fine –

 

 

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