Tornando a casa

A volte sono sicura di avere finalmente in pugno il ragionamento che governa i cuori degli uomini. A volte sono certa di aver capito quale sia il segreto che ci impedisce di ottenere quello che vogliamo. E ci fà tentare di manipolare la creta che il destino ci mette a disposizione nell’immagine che più speriamo di ottenere. Quando arrivo vicina a comprendere quasi tutto, ecco che all’improvviso l’immagine scompare, come un lampo, e, per quanto mi sforzi non riesco  più a ricomporre il disegno.

Gli occhi mi si chiudono, malgrado lo sforzo per tenerli aperti, aiutati dal ronzio dei motori, e dal rassicurante lampeggiare delle luci di posizione sull’estremità delle ali.

Sono quasi ventiquattro ore che volo, tra scali ed imprevisti, e sono cinque giorni che manco da casa. Tutto per colpa di questo infame lavoro. Lo sguardo corre fuori dall’oblò, sulle nubi che sfiorano la punta delle ali, come alghe impigliate nelle reti dei pescatori. Diventano viola, a quest’altezza, e con questa luce notturna così luminosa e diffusa. Si ha sempre la sensazione di alba incombente, come se le notti durassero di meno in alta quota. Le piccole variazioni di rotta, che conosco bene mi lasciano intendere che ci stiamo approssimando all aeroporto, in un ora al massimo dovremmo atterrare.

Torno a casa. Che pensiero, non ho pensato ad altro per tutto il tempo, come ogni volta che mi trovo a lavoro. Ti ho telefonato tutte le volte che era possibile, e quello che ne ho ricavato è sempre quella strana sensazione di vuoto allo stomaco, di insoddisfazione che mi fa’ pentire di averlo fatto. Uffa, non so nemmeno più se sia un piacere o meno tornare a casa, visto lo stato d’animo che ho nei tuoi confronti, così diviso tra l’incertezza e la tensione ormai al limite. Non è una vita piacevole la mia, sempre a cercare di non perdere il filo con la normalità, poi l’idea di trovarti nel letto, a dormire, mi fa’ pensare che non ti preoccupi di me, che non rimani sveglio aspettando di vedermi. Non vederti mai venirmi a prendere, nemmeno quando gli orari ti sono consoni, mi intristisce. E’ sempre la solita storia, mi aspetto troppo da te. Mi aspetto che tu possa darmi sensazioni ed affetti di cui non sei capace, e che cerco di manipolare come la creta di poco prima. Senza risultati se non quello di inaridirmi sempre di più nello sforzo di offrirti sempre di più di me stessa, per venire ricambiata da un attenzione, una sola.

Le due stanchezze si uniscono, a formare un unica forza che mi schiaccia contro la sedia, senza avere la forza di reagire, o di sollevare anche solo un muscolo. Mi piacerebbe rendere eterno questo momento di sospensione che mi allevia da qualunque responsabilità, dandomi la sensazione che tutto sia in armonia, cullata dal movimento leggero e dolce come la carezza di un uomo. Non so per quale motivo mi viene in mente quando appena conosciuti, ci trovammo ad affrontare una vacanza insieme, io e te, e le immagini di quei momenti si susseguono come cartoline, con i colori saturi e brillanti propri delle foto delle vacanze. Ti ricordo ridere, con i denti bianchi e la pelle arrossata dal sole, accovacciato sul bordo della piscina, mentre continui a spingermi la testa sotto il pelo dell’acqua. Oppure quando con la camicia di jeans aperta sul petto mangiavi la frutta fresca comperata in quel mercatino di Managua, dove la macchina ci aveva lasciato in panne. Mi fissavi, con quegli occhi neri fatti solo di pupilla, e dicevi – che hai da guardare così? -, consapevole del fatto che mi stavo innamorando di te, e per niente onesto da avvisarmi cosa avrei trovato dietro quel sorriso obliquo. E poi la prima volta che mi trattasti male, così all’improvviso senza un motivo. Solo perché quel giorno vedendoti cupo e pensieroso ti chiesi quale fosse la ragione. Ancora ricordo quel tuo muto stringerti nelle spalle, negandomi l’accesso anche ad uno solo dei tuoi pensieri. Da allora pian piano ho capito cosa fossi io per te. Sono arrivata a capire a quale parte di te avessi accesso, e quanto vasto e complesso fosse tutto ciò che io non potevo nemmeno sapere.

Sono stata triste per un po’, ho pianto anche, ma ho pensato che avrei potuto manipolare questa creta. Avrei potuto coltivare questa pianta, innaffiandola tutti i giorni e nutrendola con il mio amore. Perché quello che volevo non era un uomo come te, volevo proprio te.

 

– Assistenti di volo prepararsi all’atterraggio – gracchia la voce atona del vice comandante nell’interfono. Non so da dove provenga la forza che mi fa’ alzare il capo, slacciare la cintura, e alzarmi dalla sedia calda, ma in pochi secondi sono pronta ad armeggiare con le poche incombenze della mia zona. Controllo le chiusure dei due portelli della mia zona, poi mi dedico a verificare le cinture di sicurezza dei passeggeri. Stiamo tornando da Sidney, ed abbiamo il volo quasi al completo malgrado la stagione non sia propizia. Arrivo all’altezza di questo passeggero che mi sta’ corteggiando discretamente, deve essere un oriundo, anche se non sono in grado si stabilirlo con precisione. E’ un bel ragazzo, e di buone maniere, ma non mi è mai capitato di pensare ad un passeggero come ad un probabile appuntamento galante. Per me è lavoro.

Mi sbrigo a percorrere il corridoio, quindi torno al mio posto, lasciandomi cullare dai pensieri, che riprendono a scorrere nella mia mente. Altre cartoline, stavolta da paesi bui e lontani. Non riesco mai a pensare ad un paese straniero dove sono stata per lavoro, come ad un paese che ho visitato, è come se questa fosse la vita di un altra. Io ho visto il mondo con te, il resto è lavoro.

Quella volta che ti portai con me in Finlandia, e passammo il Natale in quel piccolo paese dalle case di legno e dalle finestre che traboccavano luce. A mezzanotte mangiammo la neve invece delle fette di panettone, e bevemmo champagne dai bicchieri di ghiaccio che ti eri ostinato a scolpire. Dio come eri bello, unica cosa scura in quel mare di candore, con il berretto di pelliccia e le nuvolette di fronte al viso, unico segno del tuo divertimento fanciullesco. Ma poi come in un tracciato di corrente alternata, arrivano le immagini distorte. Solo un giorno dopo, e già tra le lenzuola non esisto più. Ti isoli in te stesso e sembra che la mia presenza ti infastidisca, a nulla vale il mio sforzo per farti sorridere, la pazienza per capire quale sia la ragione di questo cambiamento. Qualcosa succede nella tua mente, forse il ricordo di altre donne, o un ragionamento perverso che ti blocca, ma io all’improvviso scompaio, e come un parassita sul tuo dorso smetto di nutrirmi. Dio quanto mi dà fastidio non essere capace di far finta di niente, di non scompormi ed aspettare che finisca da se. Mille volte ho pensato che se avessi avuto la pazienza forse tu avresti detto – accarezzami per favore – e mi avresti aperto il tuo cuore.

Non ho più sonno, il rivestimento di tessuto del sedile di fronte al mio, mi ricorda il mare, ed altre immagini di noi, sempre felici, come se il nostro passato fosse costellato soltanto di bei ricordi, e la mia insoddisfazione fosse figlia di un disturbo mentale.

Ho cercato di capirti, ma ho capito solo che la tua bravura nel tessere questa storia consiste nel darmi il meno possibile, per poi vedermi sprizzare gioia dagli occhi per una carezza, o una parola affettuosa. Saresti un ottimo ammaestratore di bestie. Mi faccio pena, perché mi abbasso sempre di più come se volessi vedere quale sia il limite prima di spezzarsi, ma sono consapevole che la colpa è per la maggior parte la mia.

Ci assestiamo in quota, scendendo  a scatti, come se si rompessero dei cavi che sostengono l’aereo lasciandoci precipitare per qualche centinaio di metri e frenandoci poi all’improvviso. Dopo due o tre sobbalzi, comincio a riconoscere le luci fievoli della città sottostante. Ora arriveremo fino alla costa, e poi dopo una breve virata ci troveremo sopra alle piste di atterraggio. Molte volte ho pensato che questo sia un lavoro pericoloso, dove la morte ti siede accanto per tutto il tempo, aspettando, poi un giorno ho concluso che è solo un idea, che questo è un lavoro pericoloso come molti altri, e ultimamente penso alla morte come ad una sorta di sfida. Vienimi a prendere, se vuoi. Tanto sono morta dentro.

 

Chissà cosa stai facendo ora. Probabilmente dormi, libero dalle oppressioni per un rapporto che va’ come tu vorresti, senza sentirti come se avessi sempre il respiro bloccato nel mezzo del petto. Dormi sempre su di un lato, in posizione fetale, in una posizione incomprensibile per chi ti vorrebbe capire. Sfinge nel tuo sonno senza respiro, gorgona a guardia di un  palazzo buio. Posso anche impazzire se continuo così. Un fremito improvviso, e i relè scattano bloccando i flaps in posizione verticale. L’aereo barcolla da un lato all’altro, e gli scomparti sopra le nostre teste vibrano in maniera piuttosto sonora. Ora le luci di poco prima si sono ingrandite, trasformandosi in veicoli, che si muovono come globuli rossi su arterie illuminate. Grossi vasi sanguigni pulsanti di luce trasfigurano in parcheggi circondati da insegne pubblicitarie. I leucociti dalle luci ad intermittenza azzurre pattugliano le arterie senza sosta. Il sistema circolatorio della Società occidentale è costituito da automobili. Ho un giramento di testa, ma potrebbe essere l’atterraggio insieme alla stanchezza, niente di più.

Quando tocchiamo terra le gomme stridono, e il pilota lancia i motori al contrario per favorire la frenata. Molti passeggeri hanno un sorriso idiota stampato sul viso, dovuto alla stanchezza ed alla tensione del viaggio. Io mi alzo appena l’aereo si ferma, come un automa, e mi posiziono a fianco del portello attendendo istruzioni. Mi ricordo di quando mi aiutasti a fare il trasloco, dall’appartamento in cui vivevo con una mia collega. Avevi i capelli lunghi sulle spalle, e le punte bagnate per la fatica cadevano dritte come spade, incorniciandoti il viso.

Spesso mi fermavo a guardarti, posando i pacchi in terra, e quando ti giravi mi gridavi – forza, dai un po’ !- . Mi sono chiesta mille volte come facevi a non compiacerti alla vista di un essere umano adorante di te.

Quel giorno era caldissimo, alla fine della giornata dopo quattro viaggi in macchina stanchi morti ci siamo sdraiati sul tappeto al centro del soggiorno, ed abbiamo fatto l’amore, accarezzati dai raggi tiepidi del sole che calava. Che bei ricordi, virati di sole e cieli azzurri, nitidi come una pellicola neorealista, senza traffico né rumori.

Sono ferma immobile, a lato del portello, e saluto i viaggiatori con il saluto di rito, senza vederli, senza nemmeno pensare che siano persone, con davanti agli occhi un altra vita che corre a velocità folle. Man mano che il corridoio si svuota un senso di tristezza si impossessa di me. Cartacce, giornali usati, involucri di panini e chewing gum, qualche coperta morbida in terra tra le poltrone. Un senso di disfatta, di impotenza, la mia vita è soltanto salire e scendere da aerei grigi e sciatti.

Credo di essere un po’ depressa, e la colpa è anche tua, ma appena arrivata a casa  vedrai che dovremo chiarire un sacco di cose. Non posso continuare ad essere trattata in questa maniera. Ho una mia dignità.

Ormai l’aereo è vuoto, mi dirigo al comparto dove è contenuta la mia valigia, e con le colleghe mi avvio all’uscita senza parlare. Nessuna di noi parla, perché sta’ pensando a ciò che troverà al suo ritorno a casa; figli, fidanzati, piante appassite o pietanze andate a male. E’ un lavoro senza cuore questo, penso mentre esco all’aria aperta scendendo dalla scaletta che mi deposita ai piedi del carrello.

 

Sono bella, nella mia uniforme, non troppo maltrattata, con le calze contenitive e le scarpe nere dal tacco basso. Un piccolo bus della compagnia aerea ci raccoglie per lasciarci poi nella sala sbarchi riservata al personale di volo. Sobbalzo nel breve tragitto,  guardando dritto davanti a me in quella maniera altera che noto soltanto in noi assistenti di volo. I capelli raccolti sulla nuca mi danno un aria più arcigna, ma è soltanto un’impressione quella che comunico. C’è una rabbia che mi sta’ montando dentro, la sensazione di voler rimettere al loro posto tutte quelle cose che non vanno bene, che non riesco a tollerare, che io ti ho permesso. Il groppo che non riesco a mandare giù è proprio questo, sono io che ti ho permesso di disporre della mia persona  come ti era più comodo, senza mai importi alcun desiderio o esigenza. Io vivo in tua funzione. Perché ti adoro. Probabilmente si è instaurato un rapporto di dipendenza tra schiavo e padrone, che mi ferisce ma non posso interrompere, se non con un grande sforzo.

Ma lo farò, giuro che appena in casa ti farò mettere seduto, ti guarderò in faccia e ti chiederò di cambiare alcuni atteggiamenti, perché non li posso sopportare.

Si cambia, da oggi si cambia.

Veniamo depositati nella sala luminosa dove gente di molte nazioni attende il proprio turno per essere ispezionata nel bagaglio. Il doganiere distrattamente mette le mani nella mia valigia, poi con un cenno del capo mi fa’ proseguire in direzione dell’uscita. Per fortuna non ha trovato il completo di biancheria intima che ho comprato da indossare solo per te, sarebbe stato imbarazzante. Cammino in un corridoio di plastica trasparente parallelo al grande salone del ritiro bagagli, dove centinaia di persone si accalcano per conquistare i primi posti della fila. D’improvviso come Pinocchio veniva sputato dalla balena, io vengo proiettata fuori dall’aeroporto, all’aria fresca della mattina. Il cielo è color indaco, con uccelli che volteggiano pigri in alto, a preludere una bella giornata.

Mi fermo sulla banchina cercando di ricordare in quale parcheggio ho lasciato l’auto, sobbalzo perché qualcuno mi sta’ toccando la spalla. Con il cuore in gola mi giro, forse sei tu, forse ti ho male giudicato. Oddio sei venuto a prendermi. Invece no, è solo una collega che mi tocca delicatamente la spalla, senza fermarsi dicendo – ciao – mentre si dirige verso una macchina che l’attende.

Che rabbia, ti amo troppo, non posso subire così un amore. Mi avvio al parcheggio C, traversando la strada ancora umida di rugiada notturna, e deserta. Mi ricorda il Giappone, non so perché ma tendo ad avere un idea di questo paese sempre vuota, isolata, senza segni di vita, quando invece c’è sempre traffico, e le persone per assorbire meno spazio vivono in cubicoli allucinanti. L’unico rumore che mi accompagna nel mio tragitto è quello delle ruote della valigia che scorrono silenziose sul pavimento.

Finalmente trovo la macchina, coperta di opuscoli pubblicitari sul lunotto posteriore, infilo la valigia nel portabagagli, e nel mentre mi ricordo di quando andammo a trascorrere un lungo fine settimana in Umbria, in un bellissimo albergo che tu conoscevi per ragioni a me ignote. Quel giorno nel mettere le borse all’interno del portabagagli, tu battesti con la testa contro la serratura, procurandoti un piccolo taglio e imprecando per venti minuti di seguito. Quanto mi veniva da ridere quel giorno a vederti saltare dicendo cose tremende per niente, ed infatti dopo un po’ ti fermasti e guardandomi con aria seria dicesti – non hai nulla di meglio da fare, che ridere di me? –e poi non mi rivolgesti la parola per tutta la mattina. Che carattere.

Mi piace molto guidare, mi rilassa e rende padrona di me, dopo tante ore in cui la mia vita è nelle mani di altri. La strada scorre sicura sotto le mie ruote, mentre la radio suona motivi allegri. Tra me e me ripasso mentalmente il discorso che ti farò, sicura del fatto di essere nella ragione, ma non posso fare a meno di ricordare quanto siamo stati bene insieme, anche se tu sei così dittatoriale. Quando sono partita per questo viaggio, la sera prima abbiamo cenato insieme, a casa e tu hai preparato la cena e hai apparecchiato con le candele, in una maniera proprio romantica. Eravamo uno di fronte all’altro, e tu con la camicia bianca ed i capelli lucidi di gel, vivevi nei guizzi della fiammella, come un nobile di fronte alla tavola imbandita, e ti alzavi per versarmi il vino, inchinandoti ogni volta e spiegando tutti i piatti che avevi preparato. Peccato che dopo la cena sei scivolato sul divano, fisso sulla trasmissione sportiva che ti interessava, e malgrado abbia tentato più volte di attirare la tua attenzione non ho avuto soddisfazione. Alla fine ho anche tentato un goffo spogliarello, ma ti sei mantenuto scostante e dopo qualche minuto che ti tenevo il broncio ti sei addormentato.

Riconosco le vie di casa, ora, e ci sono più macchine per le strade, con i conducenti ancora assonnati che si sforzano di affrontare un nuovo giorno. Sorrido perché la vita è così varia, per tanti che iniziano qualcuno finisce. Me ne andrò a casa, mi toglierò questo peso dal petto, e quando avremo chiarito, faremo l’amore e ci addormenteremo insieme. Speriamo che abbia pensato di prenderti un giorno di ferie. Man mano che vado avanti mi sento un po’ più emozionata, come quando devi affrontare un esame, o fare le analisi del sangue. Ti senti le gambe molle, e un senso di euforia alla testa, di confusione. In genere sono le volte in cui concedo soldi ai mendicanti, o mance ai baristi.

Sono arrivata, nella via dove abitiamo ci sono molti posti liberi dove parcheggiare l’auto, ma perdo tempo nel cercarne sempre un altro, mentre ripasso mentalmente l’inizio del discorso che ti farò; – Noi due abbiamo bisogno di parlare, ci sono delle piccole cose che dobbiamo chiarire…..- mi viene istintivo di schiarirmi la voce prima di iniziare, ma devo sforzarmi di non farlo, è indice di insicurezza. Piuttosto, devo ricordarmi anche di non dire “ niente “ all’inizio del discorso, ormai tutti dicono “niente”, che equivale a negare o sminuire l’importanza di quello che si sta’ per affermare. Sono tentata di fermarmi a fare colazione al bar sotto casa, visto che è ancora presto, ma una voce dentro di me dice che ho paura e stò soltanto perdendo tempo.

– Noi dobbiamo parlare…. –mi ripeto, mentre apro il portone ed entro nell’atrio ancora freddo. Come al solito la cassetta postale è stracolma, visto che non ti sei degnato nemmeno di guardarla. Intanto che chiamo l’ascensore la svuoto, poi comincio la respirazione diaframmatica per la tensione.

– Credo proprio che noi si debba fare un discorsetto ….- no, troppo aggressivo, sembra che ci stia pensando da chissà quanto tempo, non voglio  dare l’impressione di calcolare troppo la cosa. Lo specchio dell’ascensore riflette la mia immagine stropicciata ed indecisa, devo essere dimagrita qualche chilo negli ultimi tempi, sembro una figura di Klimt.

 

Eccomi qui, di fronte alla mia porta di casa, in silenzio per carpire i rumori dell’interno. Rimango in ascolto per qualche secondo, poi respiro forte ed entro. All’interno la penombra regna, sottili lame di luce traversano il soggiorno stranamente ordinato. Le riviste sono nel loro contenitore, ed i cuscini sul sofà non sembrano strapazzati da un lungo riposo. Mi muovo furtivamente nell’attesa di vederti, bello, con i muscoli in evidenza dormire su di un fianco nel letto. Quando dormi sembri una statua, il corpo assume posizioni plastiche che rispecchiano un rigore ed una disciplina che sembri non possedere. Mi avvicino come un gatto alla porta che mi separa da te, e da cui fuoriesce un raggio di luce grigia. Dentro è notte, solo una fievole luce rossa mi dice che è giorno ormai, e quando ti cerco con lo sguardo tra le pieghe del letto, mi accorgo che non ci sei. Che il letto è intatto, e la stanza è avvolta nel torpore del mattino. Mi sento morire, getto la mia borsa sul letto, e d’istinto poso lo sguardo in un attimo su tutto quello che mi circonda nella casa, sono una furia, e già le guance si arrossano, senza sapere ciò che troverò nel biglietto lasciato di fronte allo specchio del bagno, chiuso con cura, come niente avresti chiuso prima, e sò che dovrò piangere lacrime amare maledicendo il cielo, perché tutto ciò non è giusto. Perché ti avrei  comunque perdonato.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

3 risposte a “Tornando a casa

  1. bro

    sei ancora in tempo perchè il tuo non sia considerato talento sprecato….

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