Vita al tempo della crisi

in progress..

1     Rain – R.Sakamoto

Niente di peggio dei giorni di pioggia in città. Il ragazzo oscillava nervoso da una gamba all’altra, cercando di ripararsi alla bene e meglio sotto un cornicione troppo stretto. Era evidente che non avesse previsto lo scroscio di pioggia, indossava una giacca sportiva, pantaloni comodi e clarks, faceva scudo con il corpo al piccolo mazzo di fiori avvolto nella carta crespa lilla. Era l’unica nota di colore nel momento grigio piombo del pomeriggio.

Il ragazzo era nervoso, continuava a guardare in alto come se sperasse in una schiarita improvvisa, e poi repentino di fronte a se e ai lati della strada trafficata, ingolfata dai rumori dei clacson e dall’odore dell’asfalto bagnato.

Aveva un appuntamento, ed era sicuramente in ritardo, ma non voleva presentarsi malconcio. Continuava a guardarsi intorno sperando che qualcuno o qualcosa gli risolvesse il problema, poi d’improvviso qualcosa scattò nella sua testa, s’incassò nelle spalle e partì dritto di fronte a se traversando la strada.

Pioveva fitto, violento con le gocce che rimbalzando producevano un rumore di metallo sordo sui cofani delle macchine. Era la prima volta dopo qualche settimana che il cielo scaricava acqua e oltre all’odore di polvere bagnata si creavano delle pozze velocemente ai margini dei marciapiedi e vicino ai tombini di scolo.

Nel traffico le macchine si muovevano a colpi di clacson e sgasate per cercare di conquistare un metro in più. Nei brevi tratti liberi acceleravano come se ci fosse una pista proprio per compensare lo stress della guida prima-seconda-prima.

Fu proprio quello che successe in quel caso. La vecchia auto condotta da un uomo di mezza età imboccò la strada principale cercando di infilarsi nel fiume di macchine repentinamente. Forse la macchina era vecchia, forse per causa dell’asfalto ma l’auto si inclinò su di un lato, iniziando ad oscillare prendendo velocità.

Di certo anche il conducente ci mise del suo, invece di togliere il piede dal pedale del gas pigiò con violenza con il risultato che la macchina si trasformò in un rabbioso macigno senza controllo.

Il ragazzo non se ne accorse nemmeno, tutto preso com’era a proteggere il suo mazzolino di fiori con la testa bassa dentro le spalle.

L’auto lo prese proprio sulle gambe, facendolo schizzare in alto per quello che sembrava un paio di metri per poi precipitare sul parabrezza, sul cofano e infine in terra.

Per qualche secondo al di fuori del rumore sordo, coperto in parte dai clacson nessuno sembrò farci caso, poi l’auto si arrestò, le altre macchine evitarono di colpirsi l’una l’altra e i pedoni coperti da ombrelli o quelli fermi sotto i cornicioni mormorarono. L’uomo di mezza età si mise le mani sulla testa, ma non scese dall’auto, un paio di persone si avvicinarono e qualcuno chiamò l’emergenza con il cellulare.

Non so perché, ma non rimasi colpito dalla posa sgraziata del ragazzo in terra, né dal vetro tutto incrinato e coperto di sangue tantomeno dalle persone che si portavano le mani davanti alla bocca per lo stupore. Tutto rallentò al momento dell’impatto e nei secondi successivi e due particolari uscirono dalla scena per fissarsi nella mia mente: una scarpa ancora allacciata nei pressi della ruota anteriore della macchina, e il mazzo di fiori con la sua carta crespa lilla che assorbiva l’acqua dall’asfalto, scolorendo nel piombo del catrame e nei riflessi oscuri delle pozze.

2     Chi vuol’esser milionario – G.Scotti

– ma io capisco.. per carità. Solo che mi sembra un po’ eccessivo, poi magari non si è nemmeno fatto niente! Che ne sai?! Sei andato via subito.. – Stella mi guardava sforzandosi di interessarsi a quello che le stavo raccontando. Erano un paio d’ore che ci ritornavo su, mentre guardavo Gerry Scotti dal divano, con il contorno dei rumori della cucina  così abituali e rassicuranti.

Stella andava e veniva, portando con se le stoviglie e il cibo, in un flusso continuo di cose. – no è che era strano, ci pensi? Quello andava a un appuntamento, sicuro con una ragazza..- – che ne sai? Magari con un ragazzo…- m’interrompeva continuamente con lo scopo di finirla lì, volta a una cena su temi più neutri.

Mi alzai dal divano, andando in bagno e mentre aprivo il rubinetto e l’acqua calda iniziava a scorrere nel lavello continuai a visualizzare la scarpa. La ruota. Le gocce che battevano in terra. Ma non ci stavo male, non pensavo alla futilità delle cose, o al destino oppure a quello che ci aspetta dietro l’angolo. Pensavo solo alla scarpa allacciata e alla carta lilla che diventava pian piano viola, mentre i fiorellini si afflosciavano a toccare l’asfalto.

3           Exit music (for a film) B. Mehldau

Layla camminava veloce, con le mani sprofondate nelle tasche dell’eskimo militare. Le piaceva giocare con tutte le minuscole briciole e i pelucchi che si accumulavano nel fondo delle tasche, e forse era anche una scusa per non mettere i guanti, malgrado facesse ancora parecchio freddo alla mattina quando usciva di casa per andare a lavoro.

Camminava veloce anche per cercare di lasciarsi dietro il puzzo di fritto che sembrava seguirla come un angelo custode, e le si attaccava appena varcava la soglia della friggitoria di Camden dove lavorava da due anni. Era un posto cupo, che trasudava olio dai muri e pretendeva di pavoneggiarsi alla Golden Hind, falsamente popolare, ma invece di scarse pretese e qualità. Layla non aveva certo pretese a sua volta, lavorava per campare, campava per studiare e studiava per vivere meglio. Quindi era la classica impiegata che non dava noie, faceva i suoi turni, non commentava quasi mai ciò che succedeva dentro e fuori dal locale, salvo non mangiare il cibo del lavoro che era offerto come completamento dello scarso salario. Layla era vegetariana e le piaceva la musica reggae. Faceva caldo e se chiudevi gli occhi ti sembrava di essere in altri posti, magari non così freddi e inquinati. La puzza di olio fritto e merluzzo si era attaccata ai capelli, alla pelle e non sembrava volersene andare. Ormai d’abitudine metteva i suoi abiti sul calorifero in modo da cercare di togliere il più possibile l’odore acre, ma non sembrava esserci una soluzione al problema. Sarebbe stata permeata dai vapori di fritto fino a raggiungere uno stato di assoluta indifferenza e non accorgersi più dell’odore.

La strada fino alla stazione della metropolitana era bene illuminata anche la mattina poiché la luce del mattino faceva una certa fatica  a penetrare tra i palazzi alti e le coltri di nubi gonfie. Le facce erano in parte le stesse tutti i giorni, facce assonnate, facce di gente abituata a faticare, facce rugose.

Non vedeva quasi mai giovani a quell’ora, sembravano non essercene in giro, forse erano ancora tutti a letto, oppure non frequentavano zone tristi come quella dove viveva lei.

Gli veniva spesso in mente di associare tutte quelle facce, compresa la sua ai minatori, quelle vecchie generazioni di persone che schiumavano tutta la vita per sopravvivere, e ne portavano i segni sul volto.

Scese i gradini di ghisa della fermata della metro, schivando la zaffata di kebab della friggitoria gestita dal turco proprio di fronte all’entrata del tube. Scalpiccio, gesti precisi,  assoluta perizia nell’evitarsi anche a distanze minime quando sembrerebbe inevitabile il contatto fisico.

Layla si fermò dietro la linea gialla di imbarco, guardandosi le punte dei piedi e allineandole in modo che toccassero appena la striscia semi cancellata. Poi nel silenzio rotto da qualche parola a bassa voce, e dal soffio del vento che annunciava il treno in arrivo si fissò sui sassi neri tra i binari, riconoscendosi un po’. Quei sassi avevano assorbito tanta di quella fuliggine e di quell’inquinamento che non  sarebbero riusciti a ripulirli in nessun modo. Un po’ come lei con l’olio fritto.

Quella mattina trovò anche posto a sedere, sui sedili di velluto consunto ma accogliente di un bel blu spruzzato di rosso. Accanto a lei un tipo brufoloso e con le orecchie piene di cerume. Le faceva nausea, ma scoprì che non poteva non fissargli le orecchie sporche ogni qualche minuto. Dall’altro lato un tipo ben vestito dal volto concentrato sedeva composto con fili bianchi delle cuffie che gli uscivano dalle orecchie. Quasi senza sforzo Laila poteva ascoltare la stessa musica che ascoltava lui. Sembrava Brad Mehldau. Sembrava irreale il silenzio della carrozza con le copie dei free press già distribuite ovunque in terra e dietro ai sedili lungo il vagone e le luci delle gallerie che occhieggiavano intermittenti. Le venne istintivo chiudere gli occhi e perdersi tra i rumori regolari, i colpi di tosse e la musica fievole proveniente dalla sua destra.

Poi aprì gli occhi giusto prima che si addormentasse e buttò un’occhiata al tizio con il cerume. – Giusto per tornare un po’ alla realtà – si disse.

4    Eyes of the Earth – part 2 K.Jarrett

Seduta su una fredda panchina di legno, Elisa teneva gli occhi fissi sui tavoli di ferro battuto che popolavano il parco. Oltre a lei in quel momento un paio di fantasmi si dividevano lo spazio alberato, sfidando il freddo mattutino. Un tipo tutto intabarrato, certamente un barbone che indossava con estrema naturalezza una maschera da subacqueo sugli occhi, e rovistava nella sacca di tela della marina di dimensioni giganti. Una coppia, seduta su un’altra panchina, chini in avanti a condividere chissà quali storie. Lui teneva tra le mani guantate un bicchiere di carta di starbucks, fumante, con la fascetta  intorno. Lei stringeva in grembo un portavivande di plastica, che conteneva molto probabilmente il suo pranzo. Intorno al parco molte persone camminavano in maniera frettolosa, e ancora un camion della raccolta rifiuti sbuffava mentre gli operai attaccati al predellino posteriore sghignazzavano allegri. Senza accorgersene Elisa spazzava l’area davanti a se con i suoi stivali imbottiti, anche se i piccioni che si affollavano intorno non sembravano particolarmente spaventati, anzi saltellavano via per tornare sui loro passi tutti contenti del fatto che qualcuno gli avesse smosso il terreno. Intorno la luce si rifletteva sulle superfici di vetro dei palazzi, e la giornata iniziava a illuminarsi per merito di questo gioco di specchi involontario.

Chissà perché si era alzata presto. Chissà perché si era vestita meccanicamente con i pantaloni di lana nocciola, mettendo le scarpe di Cole Haan nel sacchetto, la camicia bianca, la giacca nocciola a due bottoni e il cappotto di cachemire dalle spalle importanti. Chissà perché si era vestita da avvocato in una mattina così fredda e perché era uscita di buon ora e aveva camminato per un bel po’, da Central Park su per la quinta strada di fronte alle boutique sfarzose e ai megastore, evitando i tombini di ghisa che sputavano vapore.  Quando aveva girato sulla 42ema si era automaticamente fermata su quella panchina fredda lì a Bryant Park con la ventiquattrore di pelle tra le mani strette al petto. Ora si chiedeva grattando i piedi l’uno sull’altro perché continuassea comportarsi da avvocato se un lavoro da avvocato non l’aveva più.

5    Love Commandments – G. Jackson (D. Tenaglia RMX)

Si faceva un giro in moto. Come sempre quando capitava di discutere così violentemente. Prendeva la moto, o sfondava qualcosa. Magari il cranio di sua moglie. Magari era una soluzione, perché in pratica litigavano tutti i giorni. Il motivo era sempre lo stesso, anche se si manifestava in molti modi diversi.

Insoddisfazione. Tutto generato dall’insoddisfazione, dalla rabbia dalla frustrazione, dall’impotenza.

La lite era imprevista. Scattava come un interruttore salvavita. D’improvviso la tensione si accumulava mediante qualche scambio di battute, il confronto, un gesto sbagliato, una reazione fuori misura faceva esplodere la bomba. Inutile poi da un punto di vista del confronto che non esisteva. Era solo un urlarsi in faccia cercando di vincere la gara dell’insulto meno vistoso ma più offensivo.

La moto era veramente un dono di dio. Scattava urlando piegandosi e mordendo l’asfalto. La lancetta del contagiri si muoveva ferocemente dal basso all’alto a secondo dei cambiamenti di marcia. Il rumore leggermente metallico delle marmitte gli piaceva moltissimo, gli faceva drizzare i peli sugli avambracci.

Ora era in terza piena su un tratto leggermente in salita che portava a un curvone a sinistra da fare con il gas aperto…

Aveva sbattuto la porta dietro di se ed era uscito. Doveva essere la seconda o terza volta questa settimana in cui si lasciava una discussione infinita alle spalle da riprendere in un momento successivo senza soluzione di continuità. Comunque anche se uscire non risolveva la cosa senz’altro gli faceva sbollire la rabbia almeno nel caso in cui riuscisse a fare un bel giro in moto.

Anche sfondare qualcosa era utile, ma a parte che ci si faceva male, poi si doveva riparare o pagare la riparazione quindi era meglio fare un giro. Poi comunque c’erano i bambini non era certo quello il miglior modo di sottolineare come la mamma e il papa non si sopportassero più, se non se ne erano ancora accorti.

Sinistra, destra, macchina.. infilata in velocità a sinistra. Faceva fresco in realtà a quell’ora e le lacrime cominciavano a dipanarsi dai suoi occhi per via della velocità. Ma era catartico, Dio se lo era. Aumentando la velocità aumentava il distacco dal disgusto di ciò che lo circondava. E riusciva a tollerare meglio la sua assoluta mancanza di coraggio rispetto al prendere una decisione da uomo nei confronti del suo rapporto “sentimentale”. Apparentemente sembrava che l’unica cosa da uomo che sapesse fare era quella di guidare a tutta velocità una moto.

6      Kim English – I know a place

Rocco si muoveva con finta disinvoltura tra le persone e le cose, cercando di non rovesciare il contenuto ambrato del bicchiere in terra o addosso a qualcuno. Tutta la sala sembrava scattare al ritmo delle luci e della musica ad altissimo volume. Si sforzava di sentirsi a suo agio ma non lo era affatto. In un certo senso era obbligato a frequentare i club perché erano l’unica opportunità per conoscere qualche ragazza, specialmente in un posto come quello dove viveva. Il sud era risaputo essere un posto difficile, sia per cercare lavoro che per mettere su una famiglia e la maggior parte dei suoi coetanei erano pronti al grande salto, lasciare il paese per salire a Roma o Milano, o comunque un qualunque posto dove frequentare l’università e prendere le misure della vita, quella vera.

Nel frattempo per chi come lui era ancora all’ultimo anno di superiori l’alternativa era la piazza del paese e le discoteche del sabato sera, dove alla fine si incontravano le stesse ragazze di sempre.

Svuotò il bicchiere in un vaso li vicino, tanto l’alcool gli faceva schifo, poi si guardò intorno alla ricerca dei suoi amici, più che altro per comunicare il disagio dello stare li e cominciare ad abituarli all’idea che se ne sarebbe andato presto.

Li vide, in gruppo, come i cani rabbiosi, presi ad agitarsi intorno ad un paio di ragazzine non più che quindicenni. Di li a poco sarebbe finita nello stesso modo di sempre, ringhiando in faccia ad altri ragazzi e poi presi per la collottola e buttati fuori dal locale dai buttafuori.

E le ragazze si sarebbero confuse in una macchia di ragazze senza forma, e l’alcool avrebbe modellato la rabbia del gruppo e qualcuno tornando a casa avrebbe preso a calci gli specchi retrovisori delle macchine parcheggiate, e qualcun altro più spavaldo si sarebbe fermato dalle troie alle porte del paese, o forse addirittura dai trans che nella scala dei valori innominabili risiedevano ai primi posti.

Lui non avrebbe fatto una cosa del genere, sarebbe tornato a casa, sobrio come sempre, si sarebbe seduto sul letto, piegando gli abiti perbene e mettendoli vicino alla stufa per togliere la puzza di sigarette degli altri. Poi preso un libro avrebbe letto qualche pagina pensando al fatto se fosse o meno fortunato rispetto a molti suoi coetanei.

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...